Regione Emilia-Romagna 
ASSESSORATO AGRICOLTURA, ECONOMIA ITTICA, ATTIVITA' FAUNISTICO-VENATORIE.
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Indice generale
 
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CERVO  Cervus elaphus
Analisi di vocazione per province: 
Lunghezza testa-tronco: 
190-205 cm ( maschi ), 165-180 cm (femmine)  
Altezza al garrese: 
115-130 cm (maschi), 100-115 cm (femmine)   
Lunghezza garretto: 
57-59 cm (maschi), 51-53 cm (femmine).  
Peso corporeo medio: 
160-220 Kg (maschi), 90-110 kg (femmine)
 
Caratteristiche generali: 
Cervide di grandi dimensioni, con specchio anale dai colori sfumati e con coda relativamente corta. Il maschio adulto possiede tipicamente un grande palco cilindrico ramificato: in inverno sviluppa una folta criniera golare che lo rende ancora più imponente. È un pascolatore intermedio dotato di buona plasticità. Specie gregaria, vive quasi tutto l’anno a sessi separati: il nucelo sociale fondamentale è il gruppo familiare formato da una madre, il piccolo dell’anno e la figlia nata l’anno precedente, eventualmente allargato ad altre femmine imparentate (gruppo matrilineare). Il culmine degli amori è tra metà settembre e gli inizi di ottobre, quando i maschi si spostano nei quartieri riproduttivi e cominciano i duelli vocali a distanza emettendo i famosi “bramiti”. Tra maggio e giugno le femmine partoriscono nel folto della vegetazione un cerbiatto maculato.
 
Distribuzione: 
Areale vasto, dall'Europa e dal Nord Africa fino all’Asia occidentale.
 
Status e distribuzione 
Nell’ultimo decennio nel caso del cervo si è assistito ad una sostanziale stabilizzazione delle due popolazioni appenniniche maggiori, al consolidamento delle popolazioni appenniniche minori e alla ripresa del nucleo planiziale della Mesola. La popolazione di cervo presente nell’Appennino Bolognese (e nelle confinanti province toscane di Firenze, Prato e Pistoia) ha registrato incrementi di areale contenuti e dal 2000 è soggetta a prelievo venatorio selettivo. L’obiettivo del prelievo su tutto il comprensorio è stato inizialmente fissato nella stabilizzazione della consistenza numerica (tassi di abbattimento pari al tasso di incremento annuo); più di recente l’obiettivo è diventato di riduzione complessiva del contingente, con pressioni di prelievo commisurate al grado di incidenza del danno agricolo. La popolazione ha avuto in tutto l’ultimo decennio una densità media complessiva relativamente bassa (dell’ordine di 2 capi per kmq), ma in realtà con valori locali piuttosto disomogenei e alcune aree decisamente più frequentate dagli animali e quindi più soggette a danni. Le prime segnalazioni sicure di cervi per il Bolognese risalgono al 1968-70, ma per un decennio la presenza della specie non fu percepita, come si può vedere dall'inchiesta del Corpo Forestale dello Stato del 1977 (Pavan e Mazzoldi 1983). I primi censimenti risalgono al 1994. La consistenza numerica sul versante bolognese è passata da 500 del 1994 a circa 1.300 capi degli ultimi anni.  
La popolazione di cervo presente nell’Appennino Forlivese (e nella confinante provincia toscana di Arezzo) ha registrato sul versante nord una moderata espansione di areale e un leggero aumento di consistenza. Dal 2000 è soggetta a prelievo sul versante toscano e dal 2009 è iniziata una gestione unitaria di tutto il comprensorio con un primo prelievo di 69 capi nella Provincia di Forlì-Cesena. I censimenti autunnali al bramito si tengono regolarmente dal 1988. La consistenza numerica sul versante forlivese è passata da 350 del 1995 a circa 1.300 capi degli ultimi anni. I nuclei di cervo del Modenese e del Reggiano nel corso del decennio si sono insediati in modo più radicato ampliando gli areali. Per il Modenese i nuclei di cervo presenti hanno origini diverse. Negli anni '80 il Corpo Forestale dello Stato, acquistò almeno 6 esemplari da Paneveggio in provincia di Trento (Nardin 1994), approntando probabilmente due recinti (presso Pievepelago e Frassinoro): parte dei cervi riuscì a fuggire e 4 sopravvissero al bracconaggio. Nel 1992 si verificarono sicure fuoriuscite da un centro privato d'allevamento presso Prignano e almeno 2 capi si salvarono (Ferri e Levrini 1997). L’Amministrazione Provinciale di Reggio Emilia aveva condotto in alta Val d’Ozola un programma di liberazioni durato fino al 1996, e che ha interessato probabilmente 20-25 esemplari. Nel 2009 è iniziata la gestione unitaria della popolazione che ricomprende, oltre alle Province di Modena e Reggio-Emilia, anche Parma e Lucca. Nel Piacentino le segnalazioni si sono fatte via via più costanti. Quanto al prezioso nucleo della Mesola nel Ferrarese, l’unico autoctono dell’intera penisola italiana, dal 1996 è in lento ma costante recupero, con un contingente valutabile intorno a 150-170 capi. La popolazione possiede alcune interessanti peculiarità morfologiche, quali la quasi totale assenza della corona e dell'ago del palco o la leggera pomellatura persistente del pelame estivo (Mattioli 1990, 1993, 2003; Geist 1998). Dalla decina di capi scampati all' ultimo conflitto, si era arrivati a 40 nel 1970 e a 120 nel 1980, per poi registrare un forte declino fino a contare appena 45-50 esemplari nel 1992; dal 1995 il nucleo ha cominciato gradualmente a crescere fino a contare attualmente 150-170 capi circa. Si tratta di un fenotipo rustico adattato ad un ambiente poco produttivo come un bosco retrodunale di leccio, costretto a subire la rinnovata pesante competizione del daino. I pesi corporei scadenti e i rendimenti riproduttivi bassissimi sono il riflesso di questo stato di sofferenza (Mattioli 1990, 1993 b). Recenti studi genetici hanno permesso di evidenziare l'assoluta unicità a livello europeo di questo prezioso nucleo (Lorenzini et.al. 1998 a e b, Skog et al. 2009).  
Alcune delle popolazioni di cervo oggi presenti nella regione Emilia-Romagna insistono su aree dotate di un qualche grado di idoneità, mentre altre, nate soprattutto da fughe da recinti d’allevamento si trovano in aree a scarsa vocazionalità in vicinanza di zone ad agricoltura specializzata o urbanizzate. Spetterà alla gestione dei prossimi anni decidere misure adeguate e ben distinte per aree che possono sopportare la specie e aree in cui la presenza stabile del cervo è inconciliabile con le attività umane.  
La consistenza numerica regionale del cervo è stimabile per il 2010 in circa 3.400 capi su una superficie di circa 2.200 kmq (1,6/kmq).
 
Distribuzione del cervo
Cervo - distribuzione
 
Vocazionalità 
 
DATO BIOLOGICO 
Per la formulazione del modello di vocazione le aree campione con presenza della specie sono state suddivise in due gruppi, cioè aree con densità rilevata minore o maggiore di 2 capi/kmq, valore corrispondente alla media delle densità rilevate e coerente con i valori soglia normalmente attribuiti agli ambienti con potenzialità rispettivamente basse e elevate per questa specie.   
MODELLO DI VOCAZIONE 
Per il cervo è stato utilizzato un modello di regressione logistica con selezione forward. Il modello ha consentito di classificare correttamente il 90,5% dei casi (85% dei casi di assenza e il 95,5% di presenza). In questo caso il modello si è basato prevalentemente sull’abbondanza delle aree cover, sulla diversità della composizione dei boschi e sull’estensione delle strade. 
 
 
 
 
Il modello multivariato è stato applicato ad una porzione di territorio definito sulla base di un modello multi criterio di presenza potenziale come per il capriolo e per il cinghiale.  
Come per il Cinghiale ed il Capriolo i vincoli altitudinali indicati nella scheda REN non rappresentavano reali limiti in questo contesto ecologico (Min, 0; Max, 2500).
 
CARTA DELLE POTENZIALITA’ E CARTA DI VOCAZIONE BIOTICA 
 
Il modello statistico multivariato è stato quindi applicato sul territorio indicato come di presenza potenziale. La classificazione del territorio è stata ottenuta utilizzando 3 categorie di vocazione, ottenute in base alla probabilità di appartenenza al gruppo 2, segnatamente: alla categoria di minore idoneità vengono attribuite le celle con probabilità non superiore al 50% di appartenere al gruppo 2; alla categoria di idoneità intermedia vengono attribuite le celle con probabilità compresa tra il 50% e il 75% di appartenere al gruppo 2; alla categoria di massima idoneità  vengono attribuite le celle con probabilità superiore al 75% di appartenere al gruppo 2.  In questo modo è stata creata una prima carta delle potenzialità del territorio regionale. 
Occorre precisare che l’areale potenziale individuato in pianura deve intendersi come puramente teorico, indicativo di condizioni ambientali minime in qualche misura compatibili con le esigenze ecologiche della specie, ma che non tengono conto dell’organizzazione spaziale e della mobilità della specie.  
Si osserva che attualmente la massima idoneità ambientale risulta per la gran parte limitata alla fascia altoappenninica, entro un raggio compreso tra circa 5 e 15 km in linea d’aria dallo spartiacque, corrispondente a condizioni ambientali che vedono la predominanza di estesi boschi di latifoglie miste, sovente fustaie o cedui invecchiati di buona qualità, intercalati a prato-pascoli e praterie di altitudine, e con relativamente scarsa presenza di coltivazioni annuali.  
Non mancano tuttavia casi in cui la massima idoneità teorica si estende verso quote inferiori ben oltre la fascia indicata, così come esistono porzioni, anche di una certa estensione pur se non sempre direttamente collegate all’area principale, poste ad altitudini molto inferiori e che in taluni casi giungono alla fascia basso-collinare. Tali aree risultano particolarmente evidenti nelle province sud-orientali (Bologna, Forlì-Cesena e Ravenna) e nelle province nord-occidentali (Parma e Piacenza). La carta evidenzia quindi non solo la possibilità di ulteriore espansione nella fascia  montana ma anche il rischio di dispersione verso la collina, con conseguenze negative. L’attuale distribuzione reale del cervo lascia inoltre ipotizzare che nel medio periodo esistano le condizioni affinchè venga colmata la soluzione di continuità esistente tra le popolazioni dell’Acquerino e quelle delle Foreste Casentinesi.  
E’ stata creata quindi una seconda carta biotica più operativa, che tiene maggiormente in conto le caratteristiche biologiche della specie, soprattutto per quanto riguarda la mobilità e gli spazi vitali. Cosi’ impostata, la nuova carta esclude tutta la fascia planiziale interna e la prima fascia pede-collinare, dove le aree individuate come potenzialmente idonee sono in realtà spesso molto ristrette e disperse sul territorio. 
Nelle carte di vocazione che seguono l'areale in bianco è a vocazione nulla.
 
Cervo vocazione potenziale
 
Cervo vocazione biotica
 
CARTA DI VOCAZIONE AGROFORESTALE 
 
La carta di rischio agro-forestale è stata realizzata partendo dalla carta di vocazione più operativa e calcolando, sul sottoinsieme delle cellette ricadenti nella fascia collinare, il valore della estensione dei seminativi, dei vigneti e dei frutteti, cioè delle colture maggiormente danneggiate dal cervo. 
Quindi è stata applicata una procedura automatica che prevede la attribuzione della categoria di rischio elevato per le cellette nelle quali l’estensione delle colture a seminativi risulti superiore a quella media, e la attribuzione della categoria di rischio massimo alle cellette in cui sono presenti frutteti o vigneti. Il territorio classificato in entrambe le categorie è stato sottratto alla vocazione biotica, identificandolo con due tonalità di giallo.  
Il risultato della carta ottenuta applicando i criteri su evidenziati vede un sensibile arretramento della linea di vocazione verso la fascia alto-collinare, molto evidente in tutto il territorio regionale. 
Nella carta di vocazione l'areale in bianco è a vocazione nulla.
 
Cervo rischio agroforestale
 
LINEE DI GESTIONE 
Il cervo rappresenta una specie autoctona di grande valenza ecologica e di indubbia attrattiva sia dal punto di vista estetico-naturalistico sia venatorio. Un confronto tra areale attuale e aree vocate permette di constatare un notevole divario tra la situazione reale e le potenzialità del territorio regionale. In un futuro a medio termine uno degli obiettivi gestionali più qualificanti potrebbe essere favorire lo sviluppo del cervo nell’area appenninica. Si tratta comunque di un obiettivo molto delicato, da perseguire con prudenza e gradualità. La grossa taglia, l'ampio spettro alimentare, i vasti spazi vitali, la mobilità stagionale, rendono possibile un sensibile impatto sulle colture, intollerabile nelle aree collinari a prevalente interesse agricolo. In ambito appenninico è quindi necessario contenere il cervo all'interno delle aree a maggior grado di naturalità.  
In prima approssimazione si può fissare come densità soglia di riferimento (d. agro-forestale calcolata su ampie superfici in primavera) 3-5 capi per kmq per le aree a elevata vocazionalità, 1-3 capi per kmq per le aree a media vocazionalità e fino a 1 capo per kmq per le aree a bassa vocazionalità. Ovviamente, in caso di compresenza significativa di altri ungulati e di conflitti reali con le attività agricole, si consiglia di programmare le densità sui valori minimi proposti.  
I due nuclei principali di cervo, dell'Acquerino e del Casentino, insistono su areali a cavallo tra Emilia-Romagna e Toscana; una parte considerevole degli animali possiede alcuni quartieri stagionali su un versante e altri sull'altro versante. Si tratta quindi di un patrimonio prezioso condiviso tra due regioni e diverse province, una risorsa comune da gestire in maniera coordinata e con oculatezza. Questo ha imposto fin dall’avvio della gestione unicità di intenti e uniformità di approccio, nello specifico protocolli d’intesa e organismi comuni con la creazione nel 1999 del primo comprensorio interregionale ACATE. Un modello che negli anni è stato pienamente collaudato e riproposto recentemente in aree vicine. La gestione su grandi comparti è stata suggerita anche in altre realtà europee proprio a seguito di indagini sulla mobilità del cervo (Jarnemo 2008).  
L’analisi dell’idoneità ambientale identifica una fascia montana con ampi complessi boscati e aree aperte particolarmente vocata alla specie cervo. Per la sua mobilità e per l’impatto potenziale sulle colture, la sua presenza è poco compatibile  con le zone collinari, specialmente se con colture di pregio o diffusamente urbanizzate. Nuclei appenninici in aree vocate vanno semplicemente mantenuti attraverso il prelievo selettivo su livelli di densità compatibili col territorio, mentre per nuclei che insistono su aree non vocate collinari o frange di popolazioni che tendono ad espandersi dalla fascia montana a quella collinare sarebbe opportuno prevedere una gestione non conservativa. Sulla base dell’esperienza costruita nell’ultimo decennio nel comprensorio ACATE centrale, si tratterebbe innanzitutto di prevedere distretti di grandi dimensioni e di coordinare tutte le operazioni gestionali principali a livello di comprensorio. Per la rimozione in area collinare è sufficiente creare uno o più distretti finalizzati all’eradicazione, con piani di prelievo pari agli esemplari osservati. 
E’ urgente introdurre misure di miglioramento ambientale a favore del cervo, volte soprattutto ad aumentare la ricettività dei complessi boscati alto-appenninici. Gli interventi più necessari riguardano il ripristino di aree aperte (creazione di nuove radure, recupero dei campi abbandonati (erpicatura dei felceti e dei ginestrai, risemine, sfalci, ecc).  
Nel caso si intenda applicare una gestione di tipo venatorio, il contingente minimo compatibile con il prelievo selettivo è fissabile in ambito appenninico intorno ai 1.200-1.500 capi complessivi, con densità medie di almeno 1,8-2 capi per kmq. In ambito collinare il prelievo è fattibile a partire da consistenze minori, vista l’urgenza di misure in grado di minimizzare l’impatto con colture di pregio.  
Per valutare la consistenza del cervo la tecnica più consigliabile in ambiente montano ad elevato coefficiente di boscosità resta il censimento al bramito (conteggio autunnale dei maschi bramitanti e sessioni mensili di avvistamento). Per una descrizione si veda il capitolo sui censimenti.  
Un modello di riferimento per il piano di prelievo potrebbe essere il seguente, semplificato da Raesfeld e Reulecke (1988):  
50% maschi, 50% femmine  
Maschi: 40% piccoli, 15% giovani, 25% subadulti, 20% adulti  
Femmine: 40% piccoli, 15% sottili, 45% adulte  
Per schemi base alternativi si consultino tra gli altri Tosi e Toso (1992) e Ueckermann (1987).   
Nel caso del cervo, si richiede poi una attenta scelta qualitativa all'interno delle classi assegnate, con particolare scrupolo nel caso dei maschi adulti.  
Il piano di prelievo deve essere unico per l'intera popolazione, anche se articolato secondo le diverse province e attuato a livello di unità gestionali composte da uno o più distretti. Le aree di abbattimento vanno individuate partendo dagli ambiti con maggiori rischi di danno alle colture agrarie.  
La grossa taglia degli animali e la notevole qualità dei trofei, rendendo particolarmente elevato il valore economico dei capi da abbattere, dovrebbero far immaginare meccanismi di assegnazione più elaborati rispetto a quelli validi per capriolo e daino. Inoltre, dati i costi non indifferenti della gestione, è consigliabile prevedere sempre una quota da pagare.  
Il prelievo deve essere seguito da un monitoraggio fine dei capi abbattuti con rilevamenti e verifiche da parte di tecnici qualificati: vanno registrati per ogni esemplare perlomeno il peso eviscerato, la lunghezza testa-tronco, la lunghezza del garretto, l'altezza al garrese, la lunghezza della mandibola; nel caso delle femmine andrebbero prelevati i tratti riproduttivi.  
Come si evince dalle carte di vocazionalità predisposte, esistono non poche aree appenniniche idonee alla specie. Nell'individuazione di eventuali altre zone di reintroduzione, è importante si consideri esclusivamente la fascia ad elevata vocazione, con priorità per i comprensori dotati di ampi quartieri riproduttivi potenziali (complessi forestali alto-appenninici) e con presenza di istituti di protezione sufficientemente estesi. Il potenziale impatto con le colture deve comunque suggerire grande cautela nel valutare ogni ipotesi di reintroduzione.  
Dato il forte potere evocativo del cervo, ma anche l'impatto potenziale con le attività economiche, è importante monitorare con grande attenzione questa specie, inserendo nella gestione ordinaria fasi di ricerca scientifica, capaci di dare risposte di tipo operativo. Vanno tenuti sotto controllo i principali parametri demografici, anche attraverso indagini sulla fertilità (proporzione di sottili e di adulte gravide). Vanno conosciuti in dettaglio i movimenti stagionali, le direttrici di dispersione e l'uso dell'habitat, attraverso studi di telemetria (radio-tracking).  
Un punto delicato riguarda il pericolo potenziale di fughe accidentali o addirittura di liberazioni clandestine da recinti d'allevamento, eventi già verificatisi all'interno dell'areale attuale del cervo (Modenese, Bolognese, Casentino); il rischio di "contaminazione" genetica è estremamente concreto, vista l'origine mista dei contingenti allevati (ceppi scozzesi, centroeuropei, persino possibile introgressione col cervo sika) (cfr Geist 1992). E' chiaro che va posta grande attenzione per prevenire simili episodi.  
     Considerato il valore zoogeografico e biologico, la conoscenza del nucleo di cervi della Mesola merita un approfondimento specifico. Una volta interrotta la fase di declino a partire dal 1995-96 il nucleo è gradualmente cresciuto fino a raggiungere i livelli più alti degli ultimi settant’anni.. Va proseguito il programma di drastica riduzione del daino fino alla sua rimozione e va ulteriormente migliorata l'offerta trofica della Riserva Naturale (Mattioli 1996, 2003 ; Lovari e Nobili 2010). L'offerta di pascolo va aumentata sia ricorrendo al foraggiamento invernale di qualità sia attuando misure più sostanziali (sfalci periodici di aree a prato, risemine, interventi di selvicoltura naturalistica). Va continuato il monitoraggio demografico, biometrico e genetico mediante censimenti, catture, marcature, pesature, tenendo sotto attento controllo il rendimento riproduttivo. Avendo raggiunto il nucleo della Mesola la capacità portante della Riserva, diventa necessario avviare un programma di conservazione che preveda anche la fondazione coordinata di altre popolazioni e l’interscambio di riproduttori per massimizzare la diversità genetica residua; misure delicate, impegnative ma urgenti per garantire un futuro al cervo italico (Zachos et al. 2009, Lovari e Nobili 2010).
 
cervo:foto Moreno Nalin 
Foto: Moreno Nalin
 
 
 
 
 
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