Regione Emilia-Romagna 
ASSESSORATO AGRICOLTURA, ECONOMIA ITTICA, ATTIVITA' FAUNISTICO-VENATORIE.
Percorsi
Indice generale
 
____________________________
CINGHIALE Sus scrofa
Analisi di vocazione per province: 
Lunghezza testa-tronco: 
140-150 cm ( maschi ), 130-140 cm ( femmine )  
Altezza al garrese: 
70-90 cm ( maschi ), 60-80 cm ( femmine ) 
Lunghezza garretto: 
25-30 cm.  
Peso corporeo medio: 
80-100 Kg ( maschi ), 60-80 cm ( femmine )  
 
Caratteristiche generali: 
Ungulato non ruminante di struttura abbastanza primitiva ma dotato di grande adattabilità. I due sensi sono piuttosto differenziati, con maschi adulti massicci, provvisti di grossi canini (zanne) sporgenti, con testa corta e robusta e grande sviluppo dei quarti anteriori, le femmine sono più proporzionate con testa più allungata e canini non visibili. Onnivoro, si nutre soprattutto di ghiande, faggiole e castagne, completando la dieta con erbe, radici, invertebrati. Il gruppo sociale più solido è costituito dalla femmine accompagnata dalla prole: più madri possono unirsi in un branco, soprattutto nella fase di alimentazione. I maschi, specialmente se adulti maturi o vecchi, tendono a vivere gran parte dell’anno da soli. In genere la femmina, tra marzo e maggio, dà alla luce all’interno di un nido di foglie e rametti una cucciolata di 4-6 piccoli, provvisti di inconfondibili striature.
 
Distribuzione:  
Areale molto vasto, dall'Europa e il Nord Africa fino all'Estremo Oriente e al Giappone.
 
Status e distribuzione 
Attualmente il cinghiale rappresenta insieme al capriolo l'ungulato più diffuso in ambito regionale (Fig. distribuzione). L'areale stabile va dal Piacentino al Riminese, coprendo tutta la fascia montana e parte di quella collinare per una superficie di circa 10.000 kmq. In presenza di complessi boscati vicini, anche la bassa collina viene interessata da incursioni sempre più regolari di singoli esemplari o piccoli gruppi. Come si è visto, l'attuale distribuzione deriva da numerose capillari liberazioni nel tratto appenninico emiliano-romagnolo e nella confinante Toscana, sostenute da continui ripopolamenti. L'espansione territoriale del cinghiale è stata indubbiamente favorita anche dall'azione diretta delle braccate, che incide sulla mobilità degli animali ampliando gli spazi vitali (cfr Maillard e Fournier 1995) e dalla presenza nella bassa montagna e in alta collina di colture cerealicole. I primi lanci avvennero forse alla fine degli anni '50 nel Piacentino, agli inizi degli anni '60 nel Parmense (e nello Spezzino), agli inizi degli anni '70 nel Reggiano, Modenese e Bolognese; nel Forlivese i primi cinghiali comparvero intorno al 1974, a seguito di reintroduzioni in territorio aretino, poi sostenute da ripopolamenti locali; nel Riminese le prime segnalazioni sicure risalgono solo al 1991.  
Mancano purtroppo censimenti affidabili, se si eccettuano le stime prodotte durante lo studio sperimentale dell’INFS (oggi ISPRA) nel Bolognese. Le densità riscontrate durante lo studio risultano fluttuanti, come prevedibile per le caratteristiche della dinamica di popolazione di questa specie (data la variabilità dell’età del raggiungimento della maturità sessuale, delle dimensioni della figliata, del tasso di mortalità infantile). I valori di densità stimati nello studio sono medio-alti e alti, tra i più elevati d’Europa (Melis et al. 2006). La pressione di caccia complessiva, attraverso il ricorso a braccate, girate, prelievi selettivi integrati da abbattimenti di controllo, non sembra sufficiente ad abbassare in modo significativo le densità. L’”effetto serbatoio” dei parchi e la rete di corridoi naturali che unisce aree protette a aree cacciabili, montagna e collina, favoriscono fenomeni di interscambio, irradiamento, dispersione, erratismo e rischiano di vanificare l’obiettivo di riduzione delle consistenze numeriche.  
In mancanza di censimenti standardizzati su superfici significative è impossibile stimare la popolazione di cinghiale su scala regionale. L’ordine di grandezza della consistenza numerica dovrebbe essere alcune decine di migliaia, con forti fluttuazioni annue.
 
Distribuzione del cinghiale
Cinghiale - distribuzione
 
 
Vocazionalità 
 
DATO BIOLOGICO 
Per il cinghiale le aree campione sono state suddivise in 3 classi di densità: 0, 0 ind./kmq (n=11); 1, >0 e <10 ind./kmq (n=20); 2, >= 10 ind./kmq (n=10). 
 
MODELLO DI VOCAZIONE 
Per il cinghiale è stata utilizzata l’Analisi della Funzione Discriminante, usando il Lambda di Wilks come criterio di selezione, e trasformando le variabili predittive nei loro logaritmi in base 10. In questo modello le variabili selezionate sono state il perimetro dei boschi (pbos), degli arbusteti (parb), l’estensione delle colture temporanee associate alle colture permanenti (s241) e dei boschi a prevalenza di querce, caprini e castagni (s3112). 
Il modello ha consentito di classificare correttamente (in maniera incrociata, tramite cross validation) oltre il 90% dei casi (100% di classe 0, 85% di classe 1 e 90% di classe 2). 
 
 
 
Il modello multivariato è stato applicato ad una porzione di territorio definito sulla base di un modello multi criterio di presenza potenziale come per il capriolo ed il cervo. I vincoli altitudinali indicati nella scheda REN non rappresentavano reali limiti in questo contesto ecologico (Min, 0; Max, 2200).
 
CARTA DELLE POTENZIALITA’ E CARTA DI VOCAZIONE BIOTICA 
 
Il modello statistico multivariato è stato quindi applicato sul territorio indicato come di presenza potenziale. E’ stata cosi’ creata una prima carta, che potremmo chiamare delle potenzialità. La classificazione del territorio è stata ottenuta utilizzando 3 categorie di vocazione, individuate dai numeri 0, 1 e 2, dove 0 indica le aree a vocazione nulla, 1 indica le aree con densità potenziale compresa entro 10 capi/kmq, 2 indica le aree con densità potenziale superiore a 10 capi/kmq. Occorre precisare che l’areale potenziale individuato in pianura deve intendersi come del tutto teorico, indicativo di condizioni ambientali in qualche misura compatibili con le esigenze ecologiche minime della specie, anche se non è al momento confermabile una diffusa tendenza alla colonizzazione né è ipotizzabile una gestione della specie in tale contesto territoriale. In accordo con le caratteristiche ecologiche della specie, si osserva che pressoché l’intera porzione collinare e montana della regione presenta un qualche grado di vocazione per il cinghiale, la quale si estende spesso fino a stretto ridosso dei centri urbani e comunque in generale al limite della pianura. Le condizioni ambientali che in regione sembrano emergere come particolarmente favorevoli al cinghiale sono quelle che vedono la predominanza di estesi boschi di latifoglie miste, sia di tipo prevalentemente sciafilo (faggete e faggete miste), sia di tipo mesofilo (querceti, orno-ostrieti), oppure situazioni caratterizzate da frammentazione e diversificazione delle tipologie ambientali (boschi, coltivi, arbusteti o aree marginali), quali tipicamente si incontrano nella fascia collinare e in alcuni casi anche ad altitudini molto modeste, nelle quali la vocazione appare positivamente influenzata in misura maggiore dalla presenza di aree arbustate o marginali che non da quella di formazioni forestali vere e proprie. Ciò si inquadrerebbe perfettamente con le caratteristiche comportamentali e trofiche del cinghiale, in quanto mentre nella fascia propriamente montana, a causa della quasi totale assenza di coltivazioni, le risorse offerte dall’ambiente forestale costituiscono l’unica fonte trofica utilizzabile, laddove esistono aree coltivate l’abbondante offerta alimentare rende la presenza di estese aree boscate non necessaria, dal momento che, anche a fini di rifugio e rimessa, le aree marginali ad arbusteti, incolti e boscaglie, rappresentano probabilmente un’alternativa migliore a quella dei boschi stessi. Questo aspetto va considerato con attenzione, rappresentando probabilmente uno degli elementi chiave nel determinare l’espansione di questa specie fino a ridosso di aree fortemente antropizzate. 
Già attualmente si possono evidenziare in regione evidenti criticità da questo punto di vista, rappresentate dai punti in cui territori a massima vocazione per il cinghiale vengono a trovarsi adiacenti alla pianura, o comunque ad aree estesamente antropizzate, e a partire dai quali è lecito attendersi una elevata capacità di espansione nel breve medio periodo. Tali punti sono osservabili con maggiore frequenza nella parte centrale della regione, segnatamente nelle province di Bologna, Modena e Reggio Emilia.   
E’ stata quindi creata una seconda carta di vocazione biotica, più restrittiva, che esclude tutte le aree di pianura e la fascia pedecollinare a ridosso dell’area urbanizzata di pianura e prima collina. La mobilità del cinghiale è incompatibile con la fitta rete viaria e l’elevata urbanizzazione della fascia planiziale e pede-collinare. La nuova carta risulta più operativa, un punto di partenza più efficace per passare alla carta di vocazione agro-forestale utile alla gestione, in grado di minimizzare i conflitti tra cinghiale e risorse economiche. 
Nelle carte di vocazione che seguono l'areale in bianco è a vocazione nulla.
 
Cinghiale vocazione potenziale
 
Cinghiale vocazione biotica
 
CARTA DI VOCAZIONE AGROFORESTALE 
 
Nel caso degli ungulati, e soprattutto del cinghiale, particolare importanza assume l’aspetto legato alle interazioni con le attività agricole e, di conseguenza, alle strategie gestionali da adottare al fine di minimizzarne l’impatto. Come noto, uno degli strumenti gestionali utilizzabili a questo scopo è rappresentato dalle carte di vocazione o rischio agro-forestale, le quali si possono ottenere sovrapponendo alla vocazione prettamente ambientale  la stima degli impatti che la specie può determinare sulle varie colture.  
La carta di rischio agro-forestale è stata realizzata calcolando, sul sottoinsieme delle cellette ricadenti nella fascia collinare, il valore della estensione dei seminativi, dei vigneti e dei frutteti, cioè delle colture maggiormente danneggiate dal cinghiale. 
Quindi è stata applicata una procedura automatica che prevede la attribuzione della categoria di rischio elevato per le cellette nelle quali l’estensione delle colture a seminativi risulti superiore a quella media, e la attribuzione della categoria di rischio massimo alle cellette in cui sono presenti frutteti o vigneti. Il territorio classificato in entrambe le categorie è stato sottratto alla vocazione biotica, identificandolo con due tonalità di giallo. Il territorio di pianura, pur presentando localmente un certo grado sia pur minimo di vocazione biotica, è stato escluso a priori dalla applicazione della procedura descritta, risultando pertanto privo di colorazione, in quanto nel complesso la pianura padana non può essere considerata attualmente idonea ad una effettiva e continuativa gestione di questa specie. 
In questo modo si è cercato di mettere in risalto criticità legate sia all’assetto agricolo del territorio, rappresentate ad esempio dalle aree in cui sono più abbondanti le colture sensibili, sia al fatto che, a seguito di condizioni locali, zone con alta vocazione per il cinghiale possono venire a trovarsi immerse o a ridosso di vaste aree antropizzate e ampiamente coltivate, costituendo nuclei di potenziale espansione della specie.  
Il risultato della carta ottenuta applicando i criteri su evidenziati è innanzitutto un notevole arretramento della linea di vocazione verso la fascia collinare e montana, con la scomparsa di tutte le porzioni situate nella prima collina, inoltre ampi tratti del medio e dell’alto Appennino vengono in questo modo declassati a vocazione nulla, in accordo con la distribuzione reale delle coltivazioni. 
Nella carta di vocazione l'areale in bianco è a vocazione nulla.
 
Cinghiale rischio agroforestale
 
LINEE DI GESTIONE 
 
Senza dubbio il cinghiale rappresenta l'ungulato più difficile da gestire. La flessibilità ecologica, l'elevata fertilità, la grande mobilità, il comportamento gregario, l'interesse per le colture cerealicole, lo rendono una specie ad alto impatto. Le difficoltà di gestione aumentano nel contesto regionale, dove si paga lo scotto di decenni di sviluppo disordinato dell'attività venatoria, dai primi lanci clandestini, alla pratica costante dei ripopolamenti, ai casi di ibridazione con ceppi dell' Europa centrale e orientale e con maiali domestici. L'uso esclusivo della tecnica della braccata, attuata per di più con ritmi di ripetizione elevati, ha avuto ripercussioni negative sulla componente faunistica e quasi certamente ha contribuito all'espansione stessa del cinghiale. E' stato dimostrato che la braccata tende ad aumentare la mobilità del cinghiale, che talvolta decuplica il proprio spazio vitale o sposta del tutto il centro della propria attività (Maillard e Fournier 1995).   
In questo decennio è stata migliorata l’organizzazione territoriale della gestione, attraverso la stabilizzazione delle squadre di braccata, la sperimentazione della girata e l’introduzione del prelievo selettivo che, praticabile dal 15 aprile al 31 gennaio, rappresenta una valida opportunità laddove sono presenti colture sensibili alla presenza della specie. Nonostante la pressione di caccia le densità medie attuali risultano spesso oggettivamente elevate, superiori al tollerabile e sono all’origine dei costi estremamente alti derivanti dai danni alle colture. La biologia stessa della specie rende difficile una risposta gestionale all’altezza del problema. La grande flessibilità nella riproduzione, con possibile anticipo della pubertà, allungamento della stagione degli accoppiamenti, possibilità di due parti all’anno, dimensioni della figliata variabili ma sempre tendenzialmente alte, rischia sempre di vanificare gli interventi gestionali. Il clima mite dell’Appennino e le disponibilità alimentari dei boschi a caducifoglie consentono al cinghiale accrescimenti corporei rapidi e sostenuti, che garantiscono comunque elevati rendimenti riproduttivi. La caccia collettiva in braccata porta ad un ringiovanimento forzato della popolazione con conseguente massiccio reclutamento diretto della fascia giovanile nella riproduzione: una parte significativa delle femmine giovani di circa nove mesi, che normalmente non raggiungerebbe la maturità sessuale, in situazioni di scarsa presenza di adulte ovulano e si accoppiano. Lo studio dell’ISPRA nel Bolognese ha dimostrato casi di femmine gravide ad appena cinque mesi di vita. La strategia gestionale non può che prevedere una generalizzata forte pressione di prelievo di livello sostenuto con l’obiettivo di mantenere la specie su densità più compatibili con le attività agricole. Deve aumentare soprattutto il livello di pressione sulla fascia collinare, con idoneità ambientale più bassa e con presenza significativa di coltivazioni specializzate; è necessario però non ingenerare un interesse venatorio permanente, che potrebbe mettere a rischio l’obiettivo fortemente riduttivo se non di rimozione della specie. Va garantita una sempre maggiore diffusione di forme di prelievo come la girata e il tiro selettivo, a minore impatto ambientale rispetto alla braccata. Vanno sperimentate forme di gestione integrata tra aree protette a aree cacciabili, nelle quali si riesca a garantire la specificità delle aree di protezione ma nel contempo si contribuisca a non farne serbatoi di cinghiali. Fortunatamente oggi esistono numerose esperienze anche in Italia di gestione del cinghiale in area protetta; facendo tesoro di queste sperimentazioni, è possibile guidare la gestione della specie sul territorio in modo più coerente (Monaco et al. 2010). Le fasce di densità obiettivo dovrebbero essere fissate su livelli medio-bassi e bassi secondo l’idoneità ambientale.  
Sia dai dati di abbattimento sia dalle operazioni di controllo venatorio risulta con chiarezza che la pratica illegale dei ripopolamenti purtroppo continua. Si deve ribadire come sia assolutamente prioritario combattere la detenzione e la liberazione di cinghiali, inasprendo i controlli: tutta la strategia di contenimento della specie andrebbe altrimenti vanificata.  
Sempre nell'ottica di un miglioramento dell'efficienza dell'attività venatoria, andrebbero predisposti sistemi obiettivi per valutare l'impegno profuso dalle squadre durante l'annata venatoria, sia nell'opera di prevenzione dei danni (montaggio recinti elettrici, preparazione campi di dissuasione) sia nell'organizzazione delle braccate e del prelievo (compilazione corretta dei registri di braccata e delle schede biometriche, applicazione puntuale del regolamento ecc.). In alcuni ATC esistono già delle graduatorie di punteggio per squadra, non molto diverse da quelle previste nella caccia di selezione. La stessa assegnazione delle squadre ai distretti e alle zone di caccia è talvolta regolata attraverso una graduatoria, che prende in considerazione la residenza degli iscritti (con punteggio differenziato se nel distretto, nell'ATC, in provincia), la proprietà di terreni, l'impegno gestionale collettivo.  
Nonostante le indubbie difficoltà, è necessario cominciare anche per il cinghiale a praticare censimenti. Il metodo più indicato è la battuta, da attuare in modo simile a quanto previsto per il capriolo, ma su superfici maggiori (indicativamente aree di battuta di 50-70 ha ciascuna, con 1,5-2 operatori per ettaro): questo implica un impegno logistico estremamente elevato e richiede un supporto tecnico adeguato sia nella fase organizzativa sia nella fase di interpretazione dei dati censuari. La stessa braccata può essere utilizzata come area di censimento in battuta, annotando gli animali abbattuti, feriti e fuggiti dalle poste.  I dati di avvistamento ricavabili da punti fissi vantaggiosi predisposti al crepuscolo per il capriolo e il daino difficimente possono costituire una base di partenza, date le abitudini notturne di gran parte delle popolazioni di cinghiale.  
Data la difficoltà obiettiva di arrivare a stime affidabili di densità, nel caso del cinghiale non è realistico prevedere valori soglia per le diverse fasce di vocazionalità. Il prelievo dovrebbe essere programmato annualmente in funzione soprattutto del livello di danno alle colture, prevedendo soglie massime di danno tollerabile per distretto o gruppo di distretti.  
Sulla base delle densità locali di abbattimento e del livello di danno economico fissato come tollerabile, si determina ogni anno per ogni distretto il contingente da prelevare, ripartendolo in due porzioni, quella destinata alla caccia collettiva (braccata e girata) e quella abbattibile in caccia di selezione.   
Il piano di abbattimento per il prelievo selettivo va formulato tenendo presenti gli schemi adottati in gran parte d'Europa (cfr Briedermann 1986):  
maschi 50%, femmine 50%  
piccoli e giovani: 75%  
subadulti: 15%  
adulti: 10%  
Dove le zone di caccia collettiva al cinghiale si sovrappongono anche parzialmente ai quartieri riproduttivi del cervo, va evitato l'anticipo a ottobre dell'inizio dei prelievi, dato il rischio di pesante disturbo da parte delle braccate.  
Nel caso del cinghiale, gli attuali controlli sui capi abbattuti sono in genere tutt'altro che soddisfacenti: i registri di braccata vengono compilati spesso con frettolosità e approssimazione e le schede biometriche presentano dati perlopiù inaffidabili (pesi corporei stimati a vista, pesi eviscerati confusi coi pesi interi, errori nella valutazione delle classi d'età). E' assolutamente necessario che per il cinghiale si raggiunga lo stesso standard richiesto per capriolo e daino, con grande cura nel rilevamento dei principali dati biometrici. Vanno previste schede semplici, con poche variabili (anche soltanto peso, specificando bene se eviscerato o intero, e lunghezza del piede posteriore).   
Di notevole rilevanza nella gestione del cinghiale è il monitoraggio fine dei capi abbattuti da effettuare periodicamente su aree campione. Si tratta innanzitutto di rilievi biometrici più completi, con stima piuttosto affidabile dell'età e di conseguenza la possibilità di ricostruire la struttura d'età della popolazione e di stimare la distribuzione delle nascite. I dati biometrici uniti alle stime d'età permettono di ricostruire gli accrescimenti corporei (cfr Pedone et al. 1995). Inoltre è consigliabile l'analisi della fertilità con prelievo dei tratti riproduttivi femminili (numero medio di embrioni/feti per femmina gravida, percentuale di femmine giovani e adulte gravide) (cfr Pedone et al. 1991).  
Assolutamente fondamentale nel cinghiale è l'elaborazione dei dati ricavabili dai registri di braccata: non è sufficiente conoscere semplicemente i riepiloghi complessivi dei capi abbattuti, ma si deve analizzare con cura i dati raccolti per valutare sia l'efficacia del lavoro svolto dalle squadre sia la produttività delle aree interessate dalla caccia collettiva. E' quindi indispensabile arrivare al preciso mappaggio di tutte le zone di braccata con determinazione delle superfici planimetriche: questo consentirà di calcolare anno dopo anno le densità di abbattimento (numero di capi abbattuti per kmq di area di caccia collettiva), funzione della densità di popolazione. Per ogni area va inoltre calcolato il numero di capi prelevati per braccata, il numero di capi prelevati per cacciatore e più in genere tutti quegli indici che possono servire a valutare lo sforzo di caccia.  
E' necessario ribadire che il danno alle colture agrarie spesso non è correlato alla densità di popolazione. Questo significa che non basta aumentare la pressione di caccia per veder diminuito l'impatto sull'agricoltura. L'entità del danno è legata alle disponibilità alimentari della foresta (variabili da anno in anno), alla disposizione territoriale dei campi e dei boschi, allo sviluppo del bordo forestale, alla vicinanza delle aree di rifugio (cespuglieti, cedui) rispetto alle colture, alla presenza di frutteti (Briedermann 1986, Meriggi e Sacchi 1991). Anche le caratteristiche demografiche influiscono sull'entità del danno: popolazioni con un maggior numero di giovani (più mobili e inesperti) tendono ad avere un impatto più forte e diffuso. La stessa origine dei cinghiali può essere determinante: il rilascio di esemplari d'allevamento (privi di autonomia alimentare e della naturale selvaticità) si traduce in un aumento dei danni.  
Per limitare i danni da cinghiale, oltre a tenere alta la pressione venatoria, due sono le vie possibili: difendere le colture con barriere e fornire alimentazione complementare. La difesa con recinzioni mobili elettrificate è proponibile su piccola scala e vantaggiosa solo per colture di pregio su superfici limitate. L'uso delle coltivazioni a perdere in bosco ("campi di dissuasione") rappresenta la scelta più adatta alla situazione appenninica. Il ripristino dei vecchi campetti in montagna, con impianto di mais (o anche grano, avena, girasole, patata, topinambur) consente di trattenere in bosco i cinghiali distogliendolo dalle aree agricole del fondovalle. Risultati positivi si ottengono solo attraverso una diffusione capillare e strategica dei campetti a livello di distretto. Più discutibile è l'uso del foraggiamento artificiale in foresta, con somministrazione di mais: se è vero che in Francia si è potuto documentare un drastico decremento dei danni alle colture, è anche vero che si tratta di una pratica "diseducativa", che rischia di rendere il cinghiale sempre più dipendente da fonti alimentari antropiche.  
Accanto all'opera di contenimento delle perdite agricole, è necessario condurre raccolte più dettagliate di dati sulla natura, la dislocazione e l'estensione dei danni, cartografando con cura i singoli episodi. Oggi sfortunatamente non esiste un approccio obiettivo, omogeneo e sistematico nella valutazione del danno, mentre solo una conoscenza precisa di questo fenomeno permette di orientare correttamente la prevenzione e la difesa delle colture.  
Potenzialmente l'emergenza sanitaria più seria è rappresentata dalla peste suina classica. Si tratta di una malattia ad andamento epidemico limitata ai suini selvatici e domestici, sostenuta da un virus a RNA. La ridotta patogenicità del virus determina fra gli animali una bassa mortalità, che si traduce in un allungamento del periodo di eliminazione del virus, con conseguente aumento della carica virale nell'ambiente. Da rimarcare che il virus persiste a lungo negli insaccati (Panina et al. 1991). Considerando i rischi potenziali di una diffusione della peste suina, è necessario prevedere controlli sugli eventuali allevamenti abusivi e va predisposto un piano di emergenza di massima che preveda una gestione della popolazione mirata specificamente alla eradicazione dell’infezione. E’ necessario sottolineare come interventi non idonei conducono all’endemizzazione dell’ infezione e quindi al suo mantenimento nell’ambiente per periodi molto lunghi.  
Per una panoramica completa sulla gestione del cinghiale si vedano Massei e Toso (1993), Massei e Genov (2000) e soprattutto Monaco et al. (2003). La strategia gestionale più organica ed efficace è scaturita proprio dai risultati di un'indagine coordinata e diretta dall'INFS in collaborazione con un ATC emiliano, svolta nell'ambito del "Progetto nazionale per la definizione di strategia e criteri di gestione del cinghiale (Sus scrofa) in ambiente appenninico ed alpino."
 
 
 
Foto: Luciano Cicognani
 
 
 
HTML Programming and Graphic by ST.E.R.N.A. P.IVA 01986420402 
© Copyright 2012 - Tutti i marchi riprodotti sono di proprietà delle rispettive aziende.