Regione Emilia-Romagna 
ASSESSORATO AGRICOLTURA, ECONOMIA ITTICA, ATTIVITA' FAUNISTICO-VENATORIE.
Percorsi
Indice generale
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DAINO  Dama dama
Lunghezza testa-tronco: 
155-160 cm (maschi), 130-135 (femmine) 
Lunghezza coda: 
19-20 cm 
Altezza al garrese: 
85-95 cm (maschi), 70-80 (femmine) 
Peso corporeo medio: 
70-90 kg (maschi), 45-55 kg (femmine)
Distribuzione: 
Originario della penisola anatolica, esportato probabilmente già in epoca protostorica nel bacino del Mediterraneo, oggi è diffuso in una quarantina di paesi del mondo.
 
Caratteristiche generali
Cervide di medie dimensioni, è riconoscibile per la pomellatura estiva e la coda relativamente lunga. Il maschio adulto ("palancone") possiede tipicamente un palco palmato. Estremamente adattabile, può trasformarsi da pascolatore di erbe a brucatore di germogli e foglie. Tende a preferire i boschi mediterranei e submediterranei e a evitare zone a forte e persistente innevamento. La buona fertilità è frutto anche della duttilità nelle strategie riproduttive: i maschi possono adottarne addirittura cinque diverse (territorio singolo difeso, arena ma anche harem, gerarchia di accesso alle femmine e inseguimento individuale). Può raggiungere elevate densità senza sensibili cali qualitativi. Il culmine degli amori è a ottobre. Intorno a fine maggio-inizi giugno le femmine danno alla luce un piccolo.
 
Status e distribuzione
La specie è stata introdotta con grande disinvoltura in molte parti della penisola. Liberazioni deliberate e fughe accidentali da recinti hanno permesso al daino di diffondersi raggiungendo consistenze ragguardevoli, creando problemi di sovrapascolo e di competizione con altri ungulati.  
Nella Regione Emilia-Romagna il daino è stato caratterizzato da una distribuzione piuttosto localizzata fino alla prima metà degli anni '80, si è in seguito espanso notevolmente, raggiungendo anche densità elevate. Oggi l'areale appare perlopiù discontinuo, con parecchie popolazioni isolate e disperse sul territorio. Nell'alto Bolognese occidentale e nell'alto Forlivese i popolamenti attuali derivano dai nuclei fondati dal Corpo Forestale dello Stato sul versante appenninico toscano o sul crinale di confine (Alto Pistoiese, Casentino, Val Tiberina). Nel Modenese si sono originati prevalentemente da liberazioni da una decina di recinti operate sempre dal Corpo Forestale dello Stato a partire già dagli anni '60 (Ferri 1993). Nell'alto Bolognese centrale i daini sembrano derivare soprattutto da immissioni effettuate negli anni '70 dall'Amministrazione Provinciale, mentre nelle colline (per es. Parco dei Gessi e dintorni) i nuclei attuali sono in prevalenza sorti a partire da fughe da recinti di privati. Nella fascia collinare reggiana i daini derivano da fuoriuscite da recinti in parchi-giardini e aziende faunistiche, già dalla fine degli anni '70. Nell'alto e medio Appennino parmense si sono originati da lanci e fughe da recinti del Corpo Forestale dello Stato e dell'Amministrazione Provinciale. Nel Ferrarese è presente un consistente nucleo di daini nella Riserva Naturale Gran Bosco della Mesola. Nel 1980 contava almeno 280 capi, divenuti 470 nel 1983 (Perco 1984). Dal 1985 ad oggi questa popolazione ha fluttuato tra i 400 e i 1.000 esemplari, nonostante le sessioni di abbattimento in controllo. La specie mostra grande adattabilità, frequentando gran parte degli ambienti presenti e tendendo ad evitare solo le aree oltre i 900-1.000 m.  
L’espansione degli areali nell’ultimo decennio è stata relativamente contenuta, come prevedibile in una specie con scarsa propensione alla dispersione e gruppi sociali elastici. Le consistenze invece, soprattutto dove si sono registrate resistenze o ritardi nel ricorso a prelievi venatori, sono andate in genere crescendo. Solo il territorio provinciale bolognese ha visto diminuire la specie, per effetto di una decisa gestione di contenimento protratta nel tempo. E’ una specie piuttosto comune dell'Appennino Piacentino, Bolognese e Forlivese-Cesenate. E’ abbastanza frequente anche nella collina reggiana. Nel Modenese ha areali piuttosto ristretti (uno collinare e uno montano) ma con densità significative. La consistenza numerica regionale è stimabile in circa 8.000 capi su una superficie complessiva di circa 3.000 kmq (2,7/kmq). Si tratta di contingenti e areali superiori a quelli di una specie autoctona come il cervo.
 
Distribuzione del daino
Daino - distribuzione
 
Linee guida di gestione
Il daino si può senza dubbio definire specie non autoctona. Probabilmente la sua estinzione in Italia risale al termine del Pleistocene Superiore. Il daino (prima Dama clactoniana poi D. dama) era stato presente a partire dagli inizi del Pleistocene Medio, soprattutto in corrispondenza dei periodi interglaciali e delle fasi interstadiali calde dei periodi glaciali, in Italia e in buona parte d'Europa (Leonardi e Petronio 1976, Lister 1984, Heidemann 1986). Durante l'ultima glaciazione, prima di scomparire dalla Penisola, si ritirò in alcune aree rifugio a clima mite dell’Italia centro-meridionale. Di una sua sopravvivenza nel periodo iniziale dell'Olocene esistono solo indizi molto deboli (cfr Masseti e Rustioni 1988). A quanto pare al termine dell'ultima glaciazione l'areale principale del daino coincideva con la penisola anatolica. Già in epoca tardo-preistorica e proto-storica si verificò un tentativo di addomesticamento, seguito da una sua diffusione artificiale nei Balcani e nel Mediterraneo orientale (Cicladi) (Heidemann 1986). In epoca storica prima i Fenici, i Greci e i Romani probabilmente lo introdussero nel resto delle coste mediterranee, poi gli stessi Romani lo trasportarono in alcune zone dell'Europa continentale e in Gran Bretagna (Sykes 2004). Ospite regolare dei parchi nobiliari europei nel Medioevo e nel Rinascimento, il daino ha trovato nuova fortuna solo in questi ultimi decenni.  
Come si è visto, il daino è oggi presente in Emilia-Romagna con una distribuzione tutt'altro che limitata. Negli ultimi due decenni, grazie alla flessibilità ecologica si è passati da presenze episodiche con piccoli nuclei isolati e sparsi sul territorio collinare e montano ad areali più ampi e continui. Fortunatamente, grazie alla tendenziale filopatria, non si è assistito a grandi espansioni territoriali. In diversi casi, entrando in competizione alimentare e spaziale con specie autoctone come il capriolo e il cervo, il daino sembra avere avuto decisamente la meglio. E spesso parte dei danni attribuiti a cervo e capriolo sono in realtà opera del daino.  
Il contenimento del daino rappresenta uno degli obbiettivi a medio termine più importanti della strategia gestionale di riassetto delle presenze di Ungulati in Emilia-Romagna.  
Realisticamente ciò si può tradurre in un impegno generalizzato a proibire nuove immissioni, a tenere sotto stretta sorveglianza recinti e parchi faunistici disincentivando la detenzione della specie, a "congelare" gli areali attuali e a ridurre le densità.  
Il congelamento degli areali va attuato attraverso una pressione di caccia particolarmente elevata nei territori lungo le direttrici di espansione per prevenire nuovi insediamenti, con piani di abbattimento non conservativi, pari agli esemplari in dispersione osservati. Quanto all'areale storico  vero e proprio, i possibili impatti sulle colture impongono la necessità di programmare le presenze mantenendo bassa la densità di popolazione: un risultato ottenibile alzando gradualmente il tasso di prelievo. Inoltre, nel caso di nuclei circoscritti, in aree collinari con elevato sviluppo della rete viaria, centri abitati e colture pregiate, con rischi di collisioni e danni consistenti, è possibile prendere in considerazione l'eradicazione completa della specie. L’aumento della pressione di caccia provoca come reazione una forte diminuzione della contattabilità della specie (con aumento dell’attività notturna e cambiamenti nella mobilità e negli spazi vitali): questo impone contromisure nell’organizzazione del prelievo (accorpamento di zone di prelievo contigue, accorpamento di classi d’età, regole distinte nell’assegnazione di capi, sovradimensionamento del prelievo).  
Nel caso particolare della Riserva Naturale Gran Bosco della Mesola, visti i problemi legati alla conservazione del prezioso nucleo di cervo, la soluzione più consigliabile resta la rimozione completa del daino.  
La riduzione programmata delle densità all'interno degli areali storici del daino, potrebbe seguire strategie differenziate, modulando il prelievo secondo il grado di naturalità dei comprensori e in base alla necessità o meno di sostenere attivamente il capriolo. In ambienti caratterizzati da una buona presenza di colture agrarie si potrebbero pianificare densità di daino intorno ai 1,5-3,5 capi per kmq. All'altro estremo, in ambienti a scarsa antropizzazione o nei casi in cui non si ravvisi una competizione aperta a scapito del capriolo, si potrebbero raccomandare densità intorno ai 4-7 capi per kmq.  
Una volta raggiunte le densità pianificate, per stabilizzare le popolazioni su questi valori, saranno prevedibili tassi d'abbattimento intorno al 30-35% (da modulare comunque tenendo in conto il rapporto sessi, l'incremento utile osservabile al censimento primaverile e i tassi di realizzazione dei piani precedenti).  
Il prelievo potrebbe essere ripartito tenendo presente come modello base lo schema seguente (cfr Ueckermann e Hansen 1993, Tosi e Toso 1992):  
50% maschi, 50% femmine  
maschi: 30% piccoli, 17% fusoni, 20% balestroni, 33% palanconi  
femmine: 35% piccoli, 17% sottili, 48% adulte.
 
Daino 
Foto: Luciano Cicognani
 
 
 
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