Regione Emilia-Romagna 
ASSESSORATO AGRICOLTURA, ECONOMIA ITTICA, ATTIVITA' FAUNISTICO-VENATORIE.
Percorsi
Indice generale
 
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FAGIANO Phasianus colchicus
Analisi di vocazione per province: 
Dimensioni: 
53-89 cm; apertura alare 70-90 cm. 
Peso medio: 
1100-1650 g.; maschio significativamente più pesante della femmina 
Specie politipica a sistematica complessa: 
30 sottospecie descritte, riunibili in 5 gruppi; spiccato dimorfismo sessuale.
Distribuzione: 
In origine diffuso nell’Asia centro-orientale, dal Mar Nero all’oceano Pacifico. Introdotto in varie epoche in Europa, America del nord e Oceania. In Europa manca al di sopra del 65° parallelo, in Islanda e nelle isole mediterranee.
 
Caratteristiche generali 
Il piumaggio del maschio presenta tonalità molto vivaci, rosso porpora o mattone sul dorso, groppone e fianchi con sfumature metalliche. Capo e collo verdi con collare bianco in alcune sottospecie. Il piumaggio può variare in funzione del grado di incrocio tra le sottospecie introdotte. La femmina presenta piumaggio criptico di colore grigio-bruno uniforme con barrature e macchie diffuse. La coda è lunga in entrambi i sessi, maggiormente nel maschio. Nessuna variazione stagionale. Abito giovanile simile a quello della femmina. Muta post-riproduttiva completa più precoce nei maschi. Uccello pesante, con scarsa attitudine al volo, se necessario si alza in volo molto rumorosamente volando per brevi tratti alternando rapidi battiti a planate. E’ una specie sedentaria ma sono noti movimenti erratici nell’areale originario (Cramp e Simmons, 1980). Il maschio emette vari richiami, quello territoriale è udibile a distanza durante tutto il giorno. La femmina costruisce a terra un nido grossolano nella vegetazione erbacea fitta: campi di cereali, foraggere, incolti ecc. L’alimentazione è prevalentemente vegetariana negli adulti, quasi completamente entomatica nelle prime due settimane di vita. Si adatta facilmente a numerose tipologie ambientali, dalle aree di pianura intensamente coltivate alle zone montane fino a 1500 m. di altitudine.
 
Status 
Lo status e la distribuzione del fagiano sono da molto tempo condizionati dagli interventi gestionali e dalle immissioni, in alcuni paesi europei effettuate fino dall’epoca romana. In Gran Bretagna le prime notizie certe sulla presenza della specie risalgono al tardo Medio Evo, mentre in Scandinavia l’introduzione risale alla fine del secolo scorso. In Nord America il primo tentativo di immissione, peraltro non riuscito, risale al 1730; la prima popolazione selvatica si è costituita negli Stati Uniti solo alla fine del secolo scorso e in Canada a partire dagli anni '50. In Nuova Zelanda il fagiano è stato introdotto con successo nel 1845. Il successo delle introduzioni, tradottosi in un ampliamento dell'areale originario così notevole, va messo in relazione con la capacità del fagiano di adattarsi a un’ampia gamma di condizioni ambientali e climatiche. 
In ragione dell’interesse venatorio in numerosi paesi si effettuano tuttora immissioni regolari di decine di migliaia di capi. Di conseguenza lo status delle popolazioni europee risulta fortemente influenzato dalla gestione venatoria della specie, in quanto le immissioni si affiancano o si sovrappongono alla produttività naturale. In Italia (Boitani et al., 2002) il fagiano è distribuito in tutto il centro nord della penisola, ad esclusione delle aree più elevate dell’arco alpino. È assente in Sicilia ed è presente in Sardegna con un unico piccolo nucleo (a nord dell’Iglesiente). Le popolazioni dell’Italia meridionale (localizzate nella Puglia e nella Basilicata settentrionali, nella Puglia meridionale e sulla Sila) sono numericamente limitate e fortemente influenzate da massicce immissioni effettuate a scopo venatorio. La popolazione del fagiano (Meriggi, 1992) è in effetti costituita da sub-popolazioni parzialmente o completamente isolate e localizzate in aree protette o a esercizio venatorio riservato, mentre nel territorio aperto alla caccia i nuclei non sono autosufficienti e vengono mantenuti attraverso il regolare ripopolamento. 
In regione la situazione non si discosta da quella appena descritta, essendo la specie ampiamente diffusa sul territorio, pur dovendosi parlare di presenza e nidificazione diffuse, con densità estremamente variabili e assenza di dinamiche naturali, piuttosto che di popolazioni naturali e autosufficienti. La distribuzione regionale, che vede il fagiano assente (o non rilevato) solo in pochissime aree montane, va quindi interpretata sia come grande adattabilità della specie alle diverse condizioni ambientali, sia in funzione della capillarità delle immissioni, che spesso vengono effettuate anche in territori a scarsissima vocazione. Per quanto riguarda la pianura, l’assenza del dato di presenza in alcune aree va certamente ascritta a carenza locale di informazioni. Il fagiano in regione risulta presente con regolarità fino a 800-1000 m. di altitudine, con densità più elevate in pianura, a conferma di quanto emerso in precedenza in ambienti golenali e nella pianura irrigua lombarda (AA.VV., 1994a; Meriggi, 1983; Meriggi et al., 1988). Densità abbastanza buone si riscontrano generalmente anche nella fascia collinare (Meriggi, 1992), soprattutto lungo il corso dei fiumi, in ambienti caratterizzati da diversificazione agricolturale e discreta presenza di boscaglie e arbusteti. In tutte le fasce altitudinali è tuttavia la gestione venatoria l’elemento maggiormente condizionante (Foschi e Gellini, 1987; Gellini e Matteucci, 1992; Giannella e Rabacchi, 1992).  
In provincia di Piacenza (AA.VV., 2008b) l’areale di distribuzione interessa i territori fino a circa 1000 m di altitudine. Sebbene la superficie complessiva interessata dalla presenza della specie sia di circa 230.000 ha le popolazioni naturalizzate e autoriproducentesi rivelano, in taluni casi, consistenti soluzioni di continuità e, per quanto riguarda i territori soggetti a prelievo, dimensioni che nella maggior parte dei casi sono assai ridotte. 
In provincia di Reggio Emilia (AA.VV., 2008c) la formazione di gruppi di animali autosufficienti in ambienti naturali è segnalata già a partire dalla metà degli anni ’50 e all’interno delle aree protette (ZRC e Oasi) si insediarono popolazioni autosufficienti in grado irradiare animali verso l’esterno e nel contempo garantire buone catture. La distribuzione delle popolazioni autosufficienti è estremamente localizzata e limitata ad alcune aree della provincia, mentre la presenza della specie risulta estesa anche al di fuori degli habitat più idonei. 
In provincia di Modena (AA.VV., 2008a) operazioni di immissione anche massicce sono in corso già dagli anni ’90, sovente collegate ai numerosi progetti predisposti dagli ATC modenesi. Il risultato vede il fagiano presente in tutti i comprensori omogenei, entro i limiti di quota caratteristici per la specie (1500 m s.l.m.). Il modello gestionale applicato alla specie è il fattore che più di ogni altro ne determina le condizioni a livello locale. Analogamente alla lepre, l’attività nei confronti del fagiano è fortemente dipendente dai ripopolamenti e prescinde dalla definizione di piani di prelievo e da valutazioni quantitative degli effettivi oggetto di gestione, di conseguenza le zone di protezione raggiungono densità anche elevate, mentre il territorio fruito dal punto di vista venatorio mostra consistenze al di sotto del potenziale. 
In provincia di Forlì-Cesena (Ceccarelli e Gellini, 2007) il Fagiano risulta presente con regolarità dalla pianura fino a 800-1000 m di altitudine, con densità medie nettamente più elevate nella fascia compresa tra 100 e 300 m, seguita da quella compresa tra 301 e 500 m. L’abbondanza decresce regolarmente salendo di quota, raggiungendo valori minimi o nulli oltre gli 800 m di altitudine. Rispetto ai rilevamenti effettuati nel periodo 1982-86 la distribuzione provinciale risulta pressoché invariata, tuttavia, prendendo in considerazione il rilevamento quantitativo, si osservano significative variazioni relativamente alla densità di coppie ad indicazione di un trend generalmente positivo della popolazione locale, confermato dal confronto tra gli indici medi provinciali di abbondanza salito da 0,76 a 0,86 coppie/km (+14%).
Fagiano - distribuzione
Area con nidificazione accertata e sufficientemente regolare nel recente passato
 
Aspetti della biologia rilevanti a fini gestionali 
Il fagiano mostra una alimentazione tendenzialmente onnivora e decisamente generalista. Quella  degli adulti risulta costituita, seppur con sensibili variazioni stagionali e locali, da semi, bacche, radici, germogli, foglie e parti verdi per quanto riguarda la parte vegetale, da artropodi, molluschi e piccoli vertebrati per quanto riguarda la frazione animale. Particolarmente appetiti sono i cereali e numerose piante infestanti dei generi Polygonum, Rumex, Chenopodium, ecc. La dieta dei pulcini nel corso delle prime due settimane di vita comprende quasi esclusivamente larve e adulti di insetti, soprattutto afidi, formicidi, tipulidi, ecc., e altri artropodi. La frazione animale della dieta si mantiene comunque piuttosto consistente anche negli adulti, in media tra il 15 e il 30%.  
In Italia ricerche sugli aspetti eco-etologici del fagiano, sono state condotte a partire dagli anni ‘80 in varie aree di studio soprattutto della pianura padana (Meriggi, 1983, 1985; Cesaris e Meriggi 1985; Meriggi e Cesaris, 1985; Roveda, 1986 in Meriggi 1992; Pandini, 1987 in Meriggi, 1992;  
Cocchi et al., 1990). Dal punto di vista dell’alimentazione, in l’Italia Meriggi (1992) segnala per la componente vegetale, oltre ai cereali ed altre essenze coltivate, numerose specie spontanee appartenenti a vari generi, tra cui Setaria, Lolium, Phleum, Poa, Bromus, Plantago, Stellaria ecc.  
Studi specifici condotti nell’area del Mezzano (FE) (Cocchi et al., 1990; Vecchio Mantovani, 1991) hanno mostrato una netta preferenza per i cereali in tutte le stagioni. Anche l’erba medica viene selezionata positivamente, mentre altre colture vengono utilizzate in misura minore e in proporzione alla disponibilità. E’ stata inoltre evidenziata una separazione trofica tra il fagiano e la starna, in quanto lo spettro trofico di quest’ultima è risultato meno ampio in tre stagioni su quattro. In situazioni di particolare e prolungata scarsità di cibo è stato accertato che il fagiano può nutrirsi anche di carogne di conspecifici (Hill e Robertson, 1988). 
Se confrontato a quello della starna o di altri galliformi il regime alimentare del fagiano appare quindi assai meno specializzato e comunque molto più legato alle disponibilità locali, elemento che indica un certo "opportunismo" trofico della specie e che contribuisce indubbiamente a spiegare la maggiore facilità di adattamento a svariate condizioni ambientali così come alla cattività (Hammer et al., 1958).  
Il comportamento riproduttivo del fagiano è caratterizzato dalla poliginia (Johnsgard, 1986; Hill e Robertson, 1988), collegata allo spiccato territorialismo che contraddistingue i maschi durante la stagione riproduttiva, da marzo ad agosto-settembre. Allo scopo di ottenerne un vantaggio riproduttivo, all’inizio della primavera i maschi investono notevoli energie nella competizione per la conquista di un territorio, le cui dimensioni e qualità dipendono dal rango del maschio e dalla densità della popolazione. Le femmine infatti tendono ad associarsi con i maschi in possesso dei territori migliori e in grado di assicurare una buona protezione, intesa sia in senso antipredatorio, sia in termini di vigilanza nei confronti dei maschi di rango inferiore che altrimenti costituirebbero un disturbo non trascurabile per le femmine, interferendo con la loro attività di alimentazione in un periodo particolarmente importante quale quello che precede la deposizione (Hill e Robertson, 1988). L’ovvia conseguenza dei sistemi riproduttivi ad harem è il fatto che solo un numero limitato di maschi prende parte alla riproduzione, mentre molti, probabilmente la maggior parte, ne sono esclusi. Ciò è stato spesso interpretato dal punto di vista della gestione venatoria come la possibilità di aumentare sensibilmente la produttività di una popolazione mantenendo artificialmente (ad es. attraverso un prelievo maggiore a carico dei maschi) un forte squilibrio nel rapporto tra i sessi, in modo da rendere massimo, a parità di densità, il numero di femmine in riproduzione. Il limite di questo approccio sta nel fatto che in questo modo si abolisce a priori la selezione attraverso la quale si stabilisce in natura la graduatoria di accesso alle risorse disponibili e alla riproduzione, con il probabile risultato di un progressivo scadimento della qualità media della popolazione. Inoltre, è stato accertato che una elevata densità di femmine può determinare una diminuzione della produzione media di pulcini, risultando quindi controproducente nel lungo periodo (Hill e Robertson, 1988), anche se si può ammettere l’opportunità di un prelievo percentualmente superiore a carico dei maschi.  
Il rapporto sessi è paritario a livello embrionale (Mottl, 1970), mentre dati raccolti in Italia sembrano indicare un rapporto sessi a favore delle femmine nei giovani, che poi tende di nuovo alla parità negli adulti (Pandini, 1987 in Meriggi, 1992). Il rapporto juv./adulti, che rappresenta un valido indice del successo riproduttivo, è molto variabile su base annuale e in Italia risulta in genere maggiore, a parità di altre condizioni, in ambienti diversificati rispetto a quelli a monocolture (Meriggi, 1992). Come per altri Fasianidi, caratterizzati da un elevato turn-over della popolazione, il successo riproduttivo può essere considerato il principale fattore in grado di determinare la dinamica a medio-lungo termine delle popolazioni naturali (Trouvilliez et al., 1988). Il successo riproduttivo dipende a sua volta dall’influenza reciproca e spesso sinergica di numerosi fattori, riconducibili essenzialmente all’andamento climatico, alle caratteristiche vegetazionali, alla predazione e a fattori intrinseci di autoregolazione (Meriggi, 1985).  
Densità e produttività mostrano elevati range di variazione anche in termini stagionali. Meriggi (1983), in un’area di studio in ambiente golenale segnala densità, ottenute in diverse stagioni e in differenti anni, variabili tra 115 e 222 capi/100 ha, lo stesso autore segnala per 2 aree della pianura padana in provincia di Pavia densità primaverili medie di 15,5 capi/100 ha. in zone di caccia e di 167 capi/100 ha. in zone protette (Meriggi, 1992). Nel corso di uno studio sulla produttività del fagiano condotto negli anni 1983-84 nella pianura lombarda Meriggi e Cesaris (1985) riportano densità primaverili medie comprese tra 18 e 295 capi/100 ha e densità autunnali comprese tra 30,4 e 396 capi/100 ha. In una area di studio della provincia di Pisa, ad utilizzo prevalentemente agricolo sono state riscontrate densità invernali di 125 capi/100 ha. e primaverili di 65 capi/100 ha. (Lovari et al., 1991). Nell’area di studio del Mezzano (FE) è stata osservata nel 1993 una densità primaverile di 10 capi/100 ha. (Toso et al., 1993). In territori collinari del versante settentrionale dell’Appennino sono state rilevate densità medie autunnali di 34 capi/100 ha. (da 26 a 42) (AA.VV., 1994). Nel corso di censimenti primaverili effettuati nel 1992 in 10 zone di ripopolamento e cattura della provincia di Forlì-Cesena sono state rilevate densità comprese tra 2,79 e 13,37 capi/100 ha., considerate inferiori alle potenzialità ambientali (Gellini e Matteucci, 1992).  
Da sottolineare come la produttività di una popolazione possa essere considerata sia come numero di giovani prodotti per unità di superficie sia come rapporto tra giovani prodotti e numero di riproduttori; va tuttavia segnalato come i due valori spesso non siano collegati (Meriggi, 1985; Meriggi e Cesaris, 1985; Pandini e Cesaris, 1995). Il successo riproduttivo può raggiungere valori elevati solo quando si abbiano densità primaverili molto ridotte ma, di norma, la percentuale di nidi che giunge alla schiusa è molto bassa a seguito delle perdite causate sia dalle pratiche agricole moderne sia dalla predazione, cui si somma un’alta mortalità giovanile che, nei primi 90 giorni di vita, può giungere anche all’81% ed una mortalità invernale che può variare dal 16 al 75% della consistenza autunnale (Meriggi e Papeschi, 1998).
 
La vocazione del territorio regionale per il Fagiano
DATO BIOLOGICO 
Per il fagiano sono stati utilizzati dati di abbondanza relativa. Per la formulazione del modello le abbondanze sono state riclassificate in 2 classi: classe 1 (n = 37), < 0,7 ind./sito di ascolto e classe 2 (n = 45), >= 0,7 ind./sito di ascolto.
Abbondanza relativa
 
MODELLO DI VOCAZIONE 
Per il fagiano è stata utilizzata la tecnica di regressione logistica con selezione forward. Il modello ha consentito di classificare correttamente l’86,6% dei casi (78,4% dei casi di classe 1 e il 93,3% di classe 2).   
In questo caso il modello si è basato prevalentemente sul perimetro delle aree ad arbusti (parb), sebbene la procedura abbia evidenziato un qualche ruolo anche della vegetazione ripariale (s5114), dei boschi (tot_bos), e delle colture permanenti (colt_per).
Modello vocazione Fagiano
In fase di applicazione del modello multivariato, il territorio di applicazione è stato delimitato applicando un modello multi criterio con un razionale identico a quello definito per la lepre: 
Utilizzando la scheda REN (Boitani et al. 2002) per la specie, sono state individuate le categorie di uso del suolo che erano idonee alla specie. 
Su queste categorie è stato costruito un buffer di 200 m. 
Dal territorio individuato (categorie idonee + buffer) sono state escluse tutte le aree palesemente non idonee (le cat 1, i corpi idrici, etc.).  
Sono stati poi applicati i vincoli altitudinali indicati nella scheda Fagiano della REN (Boitani et al. 2002) che indicava i 1500 m slm, come limite massimo di presenza. 
Il modello statistico multivariato è stato quindi applicato sul territorio indicato come di presenza potenziale.
 
CARTA DI VOCAZIONE BIOTICA 
A partire dalla analisi delle aree campione suddivise in due gruppi (1 e 2), cioè aree con presenza osservata inferiore o superiore a 0,7 capi/punto di rilevamento la classificazione del territorio è stata ottenuta utilizzando 3 categorie di vocazione, ottenute in base alla probabilità di appartenenza al gruppo 2, segnatamente: alla categoria di minore idoneità vengono attribuite le celle con probabilità non superiore al 50% di appartenere al gruppo 2; alla categoria di idoneità intermedia vengono attribuite le celle con probabilità compresa tra il 50% e il 75% di appartenere al gruppo 2; alla categoria di massima idoneità  vengono attribuite le celle con probabilità superiore al 75% di appartenere al gruppo 2.   
In ambito regionale si può osservare che l’intera pianura, con la sola eccezione di parte delle province di Forlì-Cesena e Ravenna, presenta elevata idoneità per la specie, pertanto, in termini assoluti rappresenta la fascia di gran lunga più importante dal punto di vista della potenzialità produttiva. D’altro canto risulta evidente il fatto che le aree a massima idoneità sono localizzate in gran parte nella fascia basso e medio collinare, in taluni casi fino a ridosso della porzione appenninica più elevata, laddove sono tuttora relativamente diffuse colture tradizionali a cereali e foraggere. Tale fascia di massima idoneità è particolarmente estesa nelle province sud-orientali della regione e, come per la starna, un elemento che fornisce un contributo determinante ad elevare l’idoneità è la frammentazione e la diversificazione delle tipologie di uso del suolo, tuttavia per il fagiano appare evidente l’importanza di un certo grado di copertura legnosa, assai più diffusa in collina che in pianura, in accordo con le caratteristiche ecologiche e comportamentali di questa specie. In generale, un elemento significativo ai fini della vocazione può essere identificato nella presenza di vegetazione arborea, purchè in percentuali modeste. E’ il caso degli alvei fluviali, lungo i quali è quasi sempre presente una fascia di vegetazione arborea e arbustiva di tipo igrofilo che, anche se di scarsa estensione, svolge un ruolo molto importante nell’ecologia del fagiano. In questi habitat infatti il fagiano può raggiungere buone produttività, anche in assenza di specifici interventi di miglioramento ambientale. Gli studi effettuati in territori di pianura hanno dimostrato che in ambienti golenali si raggiungono spesso densità molto elevate (Meriggi, 1985, 1992), ma anche nella pianura a seminativi asciutti, soprattutto nelle aree caratterizzate da diversità ambientale medio-alta, esistono condizioni generalmente compatibili con il raggiungimento di buone produttività naturali e quindi adatte alla realizzazione di una corretta gestione venatoria. La maggiore produttività in presenza di coltivazioni diversificate e porzioni di vegetazione naturale rispetto ad aree dominate da un assetto agricolo a monocoltura va messa in relazione, oltre che all’aumento della densità, all’aumento del numero medio di giovani per nidiata (Meriggi, 1992). 
Anche la fascia collinare presenta elevata vocazionalità per il fagiano, soprattutto laddove l’ambiente è caratterizzato da un elevato indice di dispersione degli elementi fisionomici, oltre che da una buona presenza di zone boscate e/o arbustive. Queste condizioni si verificano in massimo grado nella fascia altitudinale 100-500 m., dove la presenza di seminativi, macchie, boschi e incolti, unito all’elevata ecotonizzazione, determina un habitat pressoché ideale per il fagiano. L’unico fattore che può costituire in taluni distretti un elemento negativo è la disponibilità di acqua nel caso in cui non sia sufficiente per tutto l’arco dell’anno. In questa fascia altitudinale ambienti a media vocazionalità vanno invece considerati quelli in cui ad una buona presenza di seminativi si affianca però una ridotta copertura boschiva e arbustiva, oppure un’alta percentuale di colture specializzate, ecc. Nella fascia collinare la gestione del fagiano dovrebbe tuttavia essere valutata anche in funzione della competizione esistente tra questa specie e altri Fasianidi come la starna e la pernice rossa, mantenendone la densità limitata in quei territori eventualmente individuati come idonei alla realizzazione di programmi di incremento di queste specie. 
Tutte le altre situazioni ambientali sono da considerarsi a scarsa o nulla vocazione ambientale, tuttavia, come è già stato sottolineato, il fagiano è caratterizzato da una elevata adattabilità, per cui opportuni miglioramenti ambientali, anche di modesta entità, possono modificare significativamente la capacità portante di territori attualmente classificati a scarsa vocazione. 
Nel complesso il territorio regionale offre ampie potenzialità di sviluppo e buone opportunità gestionali per il fagiano, la cui grande adattabilità consente di programmare una soddisfacente utilizzazione venatoria in gran parte del territorio, pur presentando sensibili differenze nella capacità portante. In considerazione inoltre del fatto che le varie fasce vocazionali non sono localizzate, ma ampiamente diffuse sul territorio regionale, si può ritenere che una corretta gestione ambientale e venatoria del fagiano renderebbe quasi ovunque non necessario ricorrere ai ripopolamenti.
Fagiano vocazione biotica
 
Aspetti gestionali 
E’ stato messo in evidenza come nel complesso le potenzialità produttive del territorio regionale si attestino per il fagiano su buoni livelli, rendendo teoricamente non necessari, a fini venatori, interventi di immissione massicci e regolari. Non in tutto il territorio regionale, tuttavia, l’incremento del fagiano dovrebbe essere considerato un obiettivo prioritario, come nel caso, ad es., dei comprensori in cui esistano buone opportunità per sviluppare e gestire altre specie, come la starna o la pernice rossa, in considerazione della competizione tra queste specie sia per le risorse trofiche sia per i siti di nidificazione. Anche per questa ragione, la gestione venatoria del fagiano trova le migliori condizioni in tutta la fascia di pianura, nella quale si conservano discrete o buone potenzialità per questa specie, mentre l’assetto agricolo ha abbassato quasi ovunque la qualità ambientale a livelli difficilmente sostenibili per la starna. In questo senso, la grande adattabilità del fagiano rende possibile e auspicabile operare affinché anche i territori di pianura a bassa vocazionalità ambientale possano svolgere un ruolo non secondario nell’ambito dell’attività cinegetica regionale. Considerazioni simili sono peraltro valide anche in tutti quei comprensori collinari nei quali ad esempio una percentuale medio-alta di boschi o boscaglie determina condizioni ambientali non buone per la starna ma più che discrete per il fagiano, escludendo quelle con presenza di colture di particolare pregio e vulnerabilità.  
E’ tuttavia difficilmente ipotizzabile, soprattutto in pianura, una proficua gestione venatoria di popolazioni naturali senza un adeguato programma di miglioramenti ambientali, fra l’altro in grado di determinare un aumento anche notevole della produttività faunistica anche intervenendo su modeste frazioni percentuali del territorio. Particolare importanza riveste la messa a coltura di essenze vegetali in grado di fornire rifugio, alimento o le due cose contemporaneamente (Spagnesi e Toso, 1991; Genghini, 1994). Il potenziamento delle aree di rifugio dovrà pertanto riguardare le siepi, i boschetti, le zone incolte in rapida fase evolutiva, le banchine inerbite, ecc., che nell'insieme andranno inoltre a costituire degli ottimi siti di nidificazione. Il fagiano è una specie che trova condizioni favorevoli negli ambienti diversificati e ricchi di fasce di transizione, soprattutto i margini di boschi e boscaglie, pertanto ogni intervento teso ad aumentare la loro disponibilità deve essere considerato positivo. Il miglioramento della disponibilità di risorse alimentari viene generalmente ottenuto per mezzo della messa a coltura a perdere di essenze vegetali particolarmente appetite quali mais, sorgo, frumento, orzo, miglio, girasole e altre. La dimensione delle parcelle piantumate varia a seconda delle esigenze logistiche poste dal tipo di conduzione agricola presente nei singoli territori, tuttavia una serie di piccoli blocchi di circa 1/4 o 1/2 ettaro ben distribuiti può essere considerata la condizione ottimale. La localizzazione delle parcelle riveste una certa importanza in quanto l’utilizzo delle parti marginali degli appezzamenti (ad es. lungo siepi o boschi preesistenti), cioè le cosiddette "tare aziendali" caratterizzate da minore produttività agricola, si traduce in una minore perdita di reddito per l’agricoltore (Genghini, 1994). L'importanza delle piantumazioni a perdere, nelle quali non viene effettuato il diserbo nè vengono utilizzati pesticidi, può rivelarsi determinante anche per la sopravvivenza dei pulcini, per i quali, come è noto, la disponibilità di insetti è il principale fattore limitante nei primi giorni di vita. In aree caratterizzate da agricoltura intensiva, alte densità di fagiani possono facilmente tradursi in danneggiamenti delle colture. In questi casi è possibile contenere i danni a livelli accettabili foraggiando gli animali nei periodi di minima disponibilità alimentare, di solito i mesi autunno-invernali. Studi finalizzati condotti in Nord-America (Hartman e Fisher, 1984) hanno dimostrato che è possibile ottenere effetti estremamente positivi sulla produttività del fagiano ritardando lo sfalcio primaverile del foraggio. Ad esempio ritardando oltre il 27 giugno l’inizio delle operazioni di sfalcio si è ottenuta una percentuale del 70-80% del successo di nidificazione, contro il 5-10% in condizioni normali, inoltre la mortalità delle femmine in cova è stata ridotta del 50%, con effetto moltiplicativo sui risultati complessivi. 
In funzione di una gestione venatoria basata sulla produttività naturale è indispensabile programmare piani di abbattimento quantificati annualmente sulla base di specifici censimenti. 
Possono essere utilizzate numerose tecniche di censimento, la cui scelta dipende da una serie di fattori legati sia alle caratteristiche eco-etologiche della specie, sia a quelle ambientali e alla disponibilità di mezzi, di cui di seguito vengono riassunte quelle utilizzabili proficuamente nella gran parte delle situazioni, rimandando ai testi specifici per una trattazione approfondita di queste tematiche. 
I censimenti primaverile e estivo-autunnale possono essere condotti in aree pianeggianti o moderatamente ondulate e prive di vegetazione schermante attraverso l’osservazione diretta effettuata da bordo di autoveicoli che si spostano lungo percorsi definiti nelle ore di massima attività giornaliera. Il periodo migliore per l’esecuzione del censimento primaverile è la seconda metà di marzo, in quanto in questo modo si ha la certezza di censire l’effettiva popolazione di riproduttori, mentre oltre questo periodo la rapida crescita della vegetazione riduce sensibilmente la contattabilità. Nel caso del fagiano è necessario considerare che l’indice medio di contattabilità dei maschi è notevolmente superiore a quello delle femmine, differenza che risulta amplificata soprattutto in condizioni ambientali difficili, ad esempio aree a morfologia accidentata e/o con vegetazione schermante. In questi casi è possibile effettuare conteggi dei soli maschi, cui devono essere associati almeno degli indici di valutazione del rapporto sessi, ottenibili ad esempio per mezzo di battute su aree campione o per mezzo di catture. I metodi più facilmente utilizzabili sono il censimento dei maschi al canto e il censimento dei maschi ai punti di rimessa notturna (Mayot et al., 1988). Mentre il primo può essere realizzato praticamente in tutte le situazioni ambientali, il secondo fornisce buoni risultati solo in territori caratterizzati da una discreta presenza di vegetazione arborea in forma di macchie, siepi alberate, filari ecc. Queste metodologie sono tuttavia in grado di fornire una buona stima solo del numero di riproduttori presenti, mentre non consentono la valutazione di un parametro molto importante come il successo riproduttivo. Nella maggior parte delle situazioni ambientali adatte alla gestione faunistico-venatoria del fagiano è possibile realizzare il censimento tardo estivo delle nidiate dopo la mietitura, quando cioè le stoppie diventano la tipologia ambientale maggiormente utilizzata per l’alimentazione. In questo periodo, spesso purtroppo molto breve, che precede l’aratura, un numero modesto di osservatori, muniti di binocoli, è in grado di ottenere un campionamento più che soddisfacente delle nidiate presenti percorrendo a bordo di veicoli le cavedagne o i sentieri e perlustrando tutti i luoghi adatti.. Un altro metodo ampiamente utilizzato in varie condizioni è quello della battuta (Mayot et al., 1988; Meriggi, 1989; Zacchetti e Montagna, 1991), in grado di fornire una ottima attendibilità ma che necessita di norma di un maggiore impiego di uomini e mezzi. 
La definizione della quota massima di individui che può essere prelevata senza pregiudicare la conservazione della popolazione pone non poche difficoltà, tuttavia la corretta esecuzione dei censimenti permette di acquisire la conoscenza dei principali parametri descrittivi della popolazione (densità, successo riproduttivo, rapporto juv/adulti, ecc.), in base ai quali è possibile stimare l’entità del carniere prelevabile annualmente attraverso il calcolo della quota ottimale prelevabile o prelievo ottimale sostenibile. Dal punto di vista della quota prelevabile il parametro che deve essere tenuto in considerazione è quello riferito all’unità di superficie, senza peraltro dimenticare che nei Fasianidi una bassa produttività di giovani per adulto, se verificata per più anni, può essere sintomatica di una condizione di difficoltà che va attentamente monitorata, collegata evidentemente all’insorgere di fattori limitanti. L’incremento annuo percentuale è spesso inversamente correlato alla densità di riproduttori, anche se in modo difforme al variare delle condizioni ambientali locali; di conseguenza lo sfruttamento venatorio ottimale si ottiene attraverso un corretto bilanciamento in ogni tipo di ambiente del rapporto tra questi due parametri. Le condizioni che vanno perseguite nell’ottica di una gestione venatoria ottimale si identificano quindi con una buona densità di riproduttori, tuttavia ben inferiore alla capacità portante e in una buona produzione di giovani per adulto. 
In generale la quota prelevabile non deve essere superiore al tasso di incremento della popolazione, il quale a sua volta è funzione soprattutto della densità (Begon et al., 1986; Robertson e Rosemberg, 1988). La conoscenza dei parametri demografici permette quindi la definizione nel dettaglio di modelli matematici in grado di simulare gli effetti del prelievo o di altri fattori sulla dinamica delle popolazioni e di indirizzare in modo appropriato gli interventi gestionali (Meriggi, 1985; Hill e Robertson, 1988, Robertson e Rosemberg, 1988; Pandini e Cesaris, 1995).  
Secondo un modello proposto da Meriggi e Papeschi (1998), basato su dati raccolti nel corso di numerosi studi pluriennali di dinamica di popolazione e valido per zone con idoneità ambientale media, è possibile ipotizzare un prelievo pari al 46% della consistenza primaverile e al 21,8% di quella autunnale.  
Nel caso di specie poligame, come il fagiano, il piano di prelievo può essere differenziato nei due sessi, ad esempio l’analisi per più anni dei carnieri realizzati in varie parti del mondo porta a concludere che per le femmine la quota prelevabile non dovrebbe superare il 20% della consistenza accertata, mentre per i maschi risultano accettabili prelievi anche sensibilmente superiori (Hill e Robertson, 1988). Per quanto riguarda la collocazione temporale del prelievo è importante sottolineare che l’apertura della caccia al fagiano non dovrebbe essere consentita prima di ottobre (Meriggi e Papeschi, 1998), in quanto prima le nidiate non sono sufficientemente mature, inoltre le moderne tecniche agricole possono provocare la distruzione di una rilevante frazione delle nidiate di prima deposizione, le quali vengono generalmente rimpiazzate nella tarda estate da covate di sostituzione. 
La strategia gestionale delineata si presta ad essere realizzata nei territori che presentano una vocazione almeno discreta per il fagiano e scarse opportunità di gestione per altre specie, segnatamente gran parte della pianura padana, tuttavia è verosimile che nel breve, medio periodo essa sia concretamente applicabile solo su comprensori limitati, in cui sia possibile contemperare la necessità di conformare la gestione ai principi tecnici con le limitazioni poste dalle esigenze agricole e da una organizzazione venatoria tuttora non sempre in linea, dal punto di vista normativo ed operativo, con gli indirizzi che devono sempre più caratterizzare la moderna attività cinegetica. 
 
Gestione venatoria e ripopolamenti 
Ormai da molti decenni in Italia e in altri paesi la gestione venatoria del fagiano si basa quasi esclusivamente sulla regolare e massiccia immissione di capi provenienti da allevamenti nazionali ed esteri. Secondo dati parziali disponibili, probabilmente ampiamente sottostimati, è stato calcolato negli anni ’90 che non meno di 2 milioni di capi venissero immessi annualmente nel nostro paese (Spagnesi et al., 1992), dei quali da 250.000 a 450.000 provenienti dall’estero (Cocchi et al., 1998). Da tempo viene sottolineata la scarsa efficacia in termini di rapporto costi/benefici di questo tipo di approccio alla gestione venatoria, suffragata dalle esperienze e dai dati raccolti in un arco di tempo considerevole e in varie situazioni ambientali; tale approccio trae origine dal tentativo di soddisfare artificialmente il progressivo aumento della domanda venatoria verificatosi in Europa a partire dal secondo dopoguerra (Robertson e Hill, 1992). Considerando che, dal punto di vista strettamente tecnico, con il termine ripopolamento si dovrebbe intendere il rilascio di animali su territori in cui la specie è già presente, allo scopo di ricostituire o accelerare la ricostituzione di popolazioni selvatiche e autosufficienti (AA.VV., 1997), le operazioni di rilascio di selvaggina allevata, da tempo entrate a far parte della prassi gestionale, non dovrebbero neppure essere definite ripopolamenti, non avendo come obiettivo la ricostituzione di popolazioni selvatiche, bensì quello di fornire individui direttamente disponibili per il prelievo venatorio. Definizioni a parte, non c’è dubbio che l’utilizzo generalizzato di massicci e ricorrenti ripopolamenti abbia avuto conseguenze estremamente negative sia dal punto di vista ecologico, ad esempio con l’introduzione di sottospecie esotiche, sia da quello etico-sportivo, promuovendo un approccio consumistico all’attività venatoria. La critica che viene mossa alla pratica dei ripopolamenti è peraltro sostanzialmente legata alla sua scarsissima efficacia nel raggiungere gli obiettivi che si prefigge, cioè l’aumento degli effettivi prelevabili, a fronte invece di un investimento economico cospicuo. E’ stata osservata spesso una mancanza di correlazione tra il numero di capi immessi e la dimensione del carniere e in talune situazioni è stata osservata addirittura una correlazione inversa (Meriggi, 1991; Meriggi e Papeschi, 1998). Hill e Robertson (1988) hanno analizzato criticamente l’efficacia dei ripopolamenti individuando due tipi principali di modalità di rilascio dei fagiani. La prima comporta il rilascio di fagianotti in estate prima dell’inizio della stagione venatoria. Questo metodo ha soprattutto lo scopo di incrementare il numero di individui disponibili per il prelievo venatorio, mentre viene considerato secondario il contributo che questi animali possono dare alle popolazioni selvatiche in termini di nuovi riproduttori. Il secondo metodo viene attuato rilasciando uccelli adulti in primavera nel tentativo di aumentare immediatamente il numero dei riproduttori. Esistono tuttavia molte situazioni, che potremmo definire intermedie, nelle quali vengono rilasciati individui di età variabile e in diversi periodi dell’anno. E’ stato generalmente riscontrato che i soggetti allevati subiscono la maggiore mortalità nel periodo che intercorre tra il rilascio e l’inizio della stagione venatoria, un periodo durante il quale essi sono esposti ai rischi e alle difficoltà della vita in natura per la prima volta. E' noto da numerosi studi che gran parte degli uccelli rilasciati vengono poi effettivamente prelevati dai cacciatori solo se essi vengono rilasciati poco prima della stagione venatoria, a differenza di quanto accade nel caso in cui vengano rilasciati settimane o mesi prima. Ciò sta ad indicare che la mortalità è continua a partire dalla data del rilascio. Ovviamente l’incidenza della mortalità viene influenzata da numerosi fattori come il numero dei predatori, la qualità dell’habitat, le condizioni climatiche, la qualità complessiva degli individui rilasciati e le tecniche di rilascio. Dalla sintesi dei dati disponibili si rileva chiaramente che la maggior parte degli individui rilasciati muore dopo meno di 80 giorni dal rilascio, in Francia sono stati riscontrati tassi di mortalità nel corso del primo anno dopo il rilascio di soggetti allevati variabili tra il 79% e il 93% (Gindre, 1974; Biadi e Theme, 1978). Studi comparativi sulla mortalità di individui allevati rispetto a individui di cattura hanno evidenziato un tasso elevato in entrambi (58% in media dopo 30 settimane) anche se maggiore in quelli allevati, la mortalità è stata attribuita in gran parte a predazione (Papeschi e Petrini, 1993). Studi analoghi condotti negli Stati Uniti hanno evidenziato mortalità variabili tra 58% e 74% dopo 120 giorni dal rilascio, con il 72% della mortalità attribuito a predazione (Wilson et al., 1992). In ogni caso anche quei pochi individui che sopravvivono all’elevatissima mortalità iniziale hanno scarsissime probabilità di portare a termine la riproduzione. Numerosi tentativi di incrementare la riproduzione naturale attraverso il rilascio di femmine allevate si sono risolti in un pressoché totale fallimento. In un caso descritto negli Stati Uniti, la produzione complessiva di 335 femmine rilasciate è stata di 17 pulcini, pari a 0,05 pulcini per femmina. Questi deludenti risultati sono evidentemente collegati agli alti tassi di mortalità che caratterizzano gli uccelli di allevamento dopo il rilascio. E’ difficile ipotizzare che simili tassi di produttività siano in grado di aumentare significativamente il successo riproduttivo delle popolazioni naturali. Per quanto concerne poi il rilascio primaverile di maschi adulti esso va considerato ancora più privo di significato in quanto essi sono soggetti a continui attacchi da parte dei maschi selvatici, che di solito impediscono loro di riprodursi. Tuttavia anche ammettendo una uguale probabilità per i maschi allevati di riprodursi è improbabile che questo abbia qualche effetto positivo sulla produttività delle popolazioni naturali infatti, poichè i fagiani sono poligami, i maschi territoriali si accoppiano con un numero anche elevato di femmine, di conseguenza pochi maschi sono potenzialmente sufficienti ad assicurare la fecondazione di tutte le femmine presenti in una certa zona. Gli studi effettuati su questi specifici aspetti gestionali indicano che i ripopolamenti primaverili sono un metodo assolutamente antieconomico se si rapporta il numero di pulcini prodotti con il costo dell’operazione. E’ stato stimato infatti che il costo necessario a produrre un pulcino attraverso i ripopolamenti primaverili di femmine adulte equivale a quello necessario per l’allevamento e il rilascio di 17 fagianotti nel periodo autunnale (cfr. Hill e Robertson, 1988). In definitiva quindi il rilascio di individui adulti in primavera deve essere considerato un intervento fallimentare che sottrae risorse economiche ad altre operazioni assai più proficue, ad esempio di miglioramento ambientale. 
Nonostante il miglioramento complessivo della situazione, che procede tuttora, la realtà faunistico-venatoria italiana non è attualmente ancora tale da consentire l’abbandono completo e repentino della pratica delle immissioni nella prassi gestionale. Appare pertanto lecito considerare in molti casi la necessità di effettuare immissioni sia allo scopo di dare avvio o incrementare popolazioni naturali sia per motivazioni di semplice prelievo venatorio, occorre però distinguere molto chiaramente i due obiettivi, pena il loro mancato raggiungimento in entrambi i casi. Nel primo caso infatti l’immissione deve essere realizzata nel rispetto di una serie di norme tecniche che possono essere sintetizzate come segue:  
1) gli esemplari da immettere, siano essi di cattura o di allevamento, devono presentare buone caratteristiche biologiche e sanitarie. Avendo la possibilità di scegliere è sempre preferibile utilizzare animali di cattura provenienti da aree limitrofe e che presentino caratteri ambientali simili a quella in cui dovrà essere effettuato il rilascio. Possono fornire buoni risultati sia individui giovani, di almeno 9-12 settimane (fagiani di allevamento), sia individui adulti (fagiani di cattura). 
Il rapporto sessi deve essere generalmente paritario; 
2) il periodo migliore per il rilascio coincide con quello di massima disponibilità trofica e massimo rigoglio vegetativo, vale a dire la tarda primavera o l’inizio dell’estate. E’ tuttavia possibile effettuare immissioni anche in epoca più prossima ai mesi invernali avendo cura di predisporre un adeguato foraggiamento; 
3) è indispensabile (soprattutto per i fagiani di allevamento) utilizzare strutture di rilascio in grado di rendere il passaggio alla vita libera il più graduale possibile. Tali strutture sono costituite generalmente da voliere ospitanti gruppi di 10-50 individui a seconda delle dimensioni, meglio se protette da recinzione antipredatori (elettrica o in rete normale aggettante verso l’esterno. Gli esemplari devono soggiornare per almeno alcuni giorni nella struttura di ambientamento per poi essere rilasciati con gradualità. Il numero e la dislocazione delle strutture va valutato in relazione alle dimensioni e alle caratteristiche morfologiche dell’area interessata; 
4) nel periodo precedente e immediatamente successivo il rilascio può risultare molto utile un controllo locale dei predatori opportunisti (volpe, corvidi) e dei cani e gatti vaganti; 
 
La procedura descritta deve essere intesa come una operazione temporanea e finalizzata al raggiungimento di un obiettivo chiaro: la costituzione di un nucleo autosufficiente, conservabile e gestibile nel tempo. Diversamente, cioè se lo scopo è quello di fornire selvaggina cacciabile a breve scadenza, l’intera operazione presenta un costo del tutto sproporzionato ai risultati che ci si può attendere. La condizione essenziale affinché queste operazioni trovino una giustificazione in termini economici è quindi che il prelievo venatorio possa essere sospeso, quantomeno alla specie interessata dal ripopolamento, fino al momento in cui la consistenza degli effettivi presenti, valutata attraverso censimenti, non consenta l’effettuazione di un piano programmato di prelievo. L’eventuale constatazione dell’impossibilità di attuare quest’ultima condizione dovrebbe essere pertanto sufficiente a sconsigliare l’avvio dell’operazione e a ripiegare su strategie forse meno condivisibili dal punto di vista etico ma certamente più rispondenti, anche in termini di impegno economico, alle esigenze di un prelievo immediato. Se infatti, per qualunque motivo, non risulta possibile realizzare una appropriata quantificazione e regolazione del prelievo venatorio, ad esempio a causa del numero troppo elevato di cacciatori, l’immissione della selvaggina allevata dovrebbe essere limitata al periodo di apertura della caccia, in modo cioè da ridurre al minimo la mortalità naturale, che come è stato visto può raggiungere un’incidenza pari all’80% nei primi 20 giorni successivi al rilascio. In altri termini, trascorso un mese dal rilascio le probabilità che qualcuno dei soggetti rilasciati venga effettivamente prelevato dai cacciatori sono minime. In effetti studi relativi al rapporto tra quantità di fagiani rilasciati in territori aperti all’esercizio venatorio e numero di ricatture da parte dei cacciatori confermano in modo evidente quanto affermato: in provincia di Alessandria l’analisi delle ricatture effettuate negli anni 1987-90 (Boano e Silvano, 1991) ha mostrato che a fronte di ben 31.579 adulti e 40.300 fagianotti rilasciati, le ricatture accertate ammontano rispettivamente a 77 e 358. Il numero sensibilmente maggiore, quantunque esiguo, di ricatture nei fagianotti viene spiegato con il minore lasso di tempo intercorso tra il rilascio e l’inizio dell’attività venatoria. Altri studi condotti in Italia hanno fornito risultati migliori ma certamente non soddisfacenti: Baldi et al. (1995) segnalano in una area di studio dell’Italia centrale una quota di ricattura di soggetti rilasciati del 17,8%. Appare quindi evidente che l’efficacia, in termini di aumento del carniere venatorio, dell’immissione di selvaggina intesa come prassi gestionale è tanto più elevata quanto più breve è il lasso di tempo che trascorre dal rilascio al prelievo.  
In ogni caso è auspicabile il graduale superamento dell’attuale gestione, basata prevalentemente su massicci ripopolamenti, per passare ad un prelievo commisurato alla produttività naturale. Tutti i dati raccolti nel corso dei numerosi studi condotti sull’argomento concordano nell’indicare che il rilascio di animali allevati allo scopo di dare origine a popolazioni naturali è un’operazione difficile, costosa e che non presenta, almeno nel breve periodo, elevate probabilità di buona riuscita. La costituzione di una popolazione naturale e autosufficiente a partire da individui introdotti è un evento che, nel caso del fagiano, si è verificato più volte (ad es. nell’America settentrionale), tuttavia è generalmente associato a un notevole impegno in termini economici e a un lungo periodo di tempo. Di conseguenza, una volta raggiunto l’obiettivo, è necessario attuare una strategia gestionale in grado di garantire la conservazione della popolazione neocostituita, ponendo in primo luogo limitazioni precise al prelievo venatorio onde evitare il sovrasfruttamento che porterebbe inevitabilmente e in breve alla scomparsa della popolazione.
 
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