Regione Emilia-Romagna 
ASSESSORATO AGRICOLTURA, ECONOMIA ITTICA, ATTIVITA' FAUNISTICO-VENATORIE.
Percorsi
Indice generale
 
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PERNICE ROSSA Alectoris rufa
Analisi di vocazione per province: 
Dimensioni: 
29-34 cm; apertura alare 50-55 cm. 
Peso medio: 
430-600 g.; maschio leggermente più pesante della femmina. 
Specie politipica: 
3 sottospecie descritte; dimorfismo sessuale assai ridotto 
Distribuzione: 
Francia, Penisola iberica e Italia nord-occidentale. Introdotta in Gran Bretagna alla fine del 18° secolo.
 
Caratteristiche generali 
Piumaggio delle parti superiori bruno-oliva, parti inferiori cenere e giallastro sul ventre. Fianchi con barrature ruggine. Gola bianca circondata da un collare nero sfrangiato verso il petto. Nessuna variazione stagionale. Abito giovanile differenziato. Muta pre-riproduttiva parziale e post-riproduttiva completa tra luglio e novembre. Silhouette rotondeggiante, in volo facilmente confondibile con la Starna, se ne distingue per la colorazione più uniforme delle parti superiori. Tipicamente terragnola, tuttavia utilizza con una certa frequenza posatoi alti: alberi, pali, tetti di edifici ecc. come punto di osservazione (Cramp, 1980; Spanò, 1992). Specie sedentaria, sono noti solo erratismi altitudinali in popolazioni che vivono a quote elevate. Emette un richiamo territoriale caratteristico costituito da 3 o 4 note grattate, udibile soprattutto all’alba e al tramonto. Nidifica a terra nella vegetazione pioniera, incolti, margini di coltivi ecc. L’alimentazione è costituita da una ampia varietà di semi e parti verdi di piante erbacee spontanee e coltivate, con preferenza per i cereali. Nelle prime due settimane i pulcini si nutrono anche di larve e adulti di insetti e altri invertebrati, ma hanno dieta nettamente più vegetariana rispetto a quelli della Starna (Spanò et al., 1998). 
Frequenta ambienti diversificati, con preferenza per quelli di tipo xerico, ad altitudini medie e caratterizzati da alternanza di coltivi, calanchi, incolti e porzioni boscate a querceti, macchia mediterranea ecc. A causa della affinità tassonomica sono note ibridazioni in natura con la Coturnice (Spanò et al., 1998).
 
Status e modificazioni recenti 
Analogamente ad altri Fasianidi, negli ultimi decenni sono state osservate diminuzioni in parte dell’areale europeo in seguito all’aumento della pressione venatoria e per cause legate alle modificazioni degli agroecosistemi (Cramp, 1980). La popolazione di gran lunga più importante si trova in Spagna, dove, almeno fino alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, il carniere annuale veniva stimato in circa 4.000.000 di capi (Millas, 1979). 
L’areale italiano delle popolazioni autoriproducentisi è stato oggetto di una indagine specifica condotta negli anni ‘80 (Spanò et al., 1985). La presenza della specie è stata rilevata in Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. La popolazione autunnale complessiva è stata stimata, probabilmente per difetto, in 1400-1700 nidiate così ripartite: Liguria 200-250, Piemonte 250-300, Lombardia 200, Emilia-Romagna 600-700 (Spanò, 1992). Nel recente passato l’areale originario ha subito una certa espansione verso oriente, segnatamente nell’Appennino emiliano-romagnolo, nelle province di Modena, Bologna e Forlì-Cesena, come conseguenza delle massicce immissioni effettuate fin dagli anni ‘70 a scopo venatorio. Per contro la Pernice rossa è scomparsa in alcune vallate delle Alpi occidentali e localmente da alcune località della Toscana e dell’Umbria in cui veniva un tempo segnalata (Spanò et al., 1985). Attualmente risulta distribuita lungo la catena appenninica centro-settentrionale e all’isola d’Elba, ad altitudini comprese tra la pianura e i 1.500 m s.l.m.; altrove esistono piccole popolazioni puntiformi (Spanò et al. 1998).  
La distribuzione regionale interessa pressochè senza soluzione di continuità tutta la fascia appenninica dalla provincia di Piacenza a quella di Forlì-Cesena, fino ad altitudini piuttosto elevate. Come per altre specie di rilevante interesse venatorio va tuttavia sottolineato che spesso la presenza diffusa sul territorio va messa in relazione soprattutto ai ripopolamenti regolari più che all’esistenza di nuclei autosufficienti e stabili.  
In provincia di Piacenza (AA.VV., 2008c) l'areale di distribuzione della Pernice rossa interessa complessivamente una superficie di circa 140.000 ha, con un significativo aumento rispetto agli anni ’90 del secolo scorso (AA.VV., 1994), quando la presenza era localizzata nella porzione collinare e montana della Val Trebbia, nell’alta Val Nure e in alcuni versanti e tratti di crinale tra le due valli, e infine nella porzione collinare della Val d’Arda e della Val Nure e attualmente interessa tutta la fascia collinare e pedecollinare provinciali, oltre ad ampie porzioni di pianura ed alle aree aperte delle zone montane. I comprensori maggiormente interessati dalla presenza della specie sono quelli del planiziale e della fascia medio e alto collinare. Gli insediamenti corrispondono talvolta a nuclei di dimensioni assai modeste che, in qualche caso, si riducono a pochi individui. In particolare la presenza della specie alle altitudini più elevate è caratterizzata da quantitativi esigui in tutte le località occupate, mentre nuclei più grandi si trovano alle quote più basse. La specie appare in espansione verso le aree planiziali, mentre le popolazioni collinari vanno consolidandosi, avendo colmato le interruzioni di continuità nella distribuzione osservata alla fine del secolo scorso. In molte zone si hanno consistenze effimere dovute a ripopolamenti con esemplari allevati. Questa consuetudine ha probabilmente compromesso nel recente passato anche la stabilità dei ceppi naturali alterandone il pool genetico sia per fenomeni di ibridizzazione con la Coturnice orientale (Alectoris chukar) sia per fenomeni di inbreeding, e conseguente perdita di eterozigosi, che si verificano a carico dei nuclei esigui e tra loro isolati. Per alcune zone il perdurare di una situazione negativa è certamente dovuta, sia a modificazioni ambientali avvenute negli ultimi decenni, in particolare nei territori situati alle quote più elevate, dove sono state quasi ovunque abbandonate le coltivazioni, sia a errori gestionali e a un'eccessiva pressione venatoria. 
In provincia di Parma (AA.VV., 2008b), la specie appare più stabilmente insediata rispetto alla starna, soprattutto nelle aree collinari. Una verifica vocazionale delle aree di presenza sembra indicare uno stretto legame per aree collinari con presenza contemporanea di coltivazioni, prati stabili e zone calanchive. 
In provincia di Reggio Emilia (AA.VV., 2008d), gran parte del territorio ha visto la comparsa della Pernice rossa solamente a partire dai primi anni ’70 del secolo scorso. Precedentemente, risultava presente in una porzione ridotta della provincia, secondo poche e frammentarie notizie e in gran parte relative alle praterie culminali dei massicci dell’Alpe di Succiso-Casarola, Monte Cusna-Prado. Si ipotizza che la specie fosse, di fatto complementare, alla Starna ed occupasse le aree al di sopra dei 1.000 m s.l.m., con una popolazione numericamente ridotta e perciò poco contattabile. In seguito a sistematiche e periodiche immissioni realizzate successivamente, la Pernice rossa ha registrato un incremento numerico e una espansione di areale soprattutto nel settore appenninico, e attualmente è presente in ambienti prevalentemente aperti caratterizzati da abbondanti spazi ecotonali, anche oltre i mille metri mentre è assente in ambiente tipicamente planiziale.  
In provincia di Modena la Pernice rossa veniva considerata rarissima alla fine del secolo scorso (Doderlein, 1869 e Picaglia, 1889 in Giannella e Rabacchi, 1992). Attualmente è diffusa ad altitudini comprese tra 130 e 1200 m., in ambienti aperti e soleggiati con arbusteti e coltivi, tuttavia l’esistenza e la conservazione delle popolazioni locali è da mettere in relazione ai ripopolamenti (Giannella e Rabacchi, 1992; AA.VV., 2008a). Censimenti effettuati negli anni 1983-84 in Zone di Ripopolamento e Cattura, per una superficie di oltre 10.000 ha. complessivi, hanno accertato una consistenza rispettivamente di 315 coppie e 237 nidiate, 413 coppie e 255 nidiate (Ferri, 1985). Nel periodo 2000-2008 è stato attuato un programma di immissioni in alcune aree, che a causa del limitato numero di esemplari immessi non ha dato risultati soddisfacenti. Nel complesso, tuttavia, la pernice rossa sta facendo registrare una fase di espansione numerica e di areale (AA.VV., 2008a). 
Nell’area romagnola non è nota in tempi storici la presenza di popolazioni naturali, ad eccezione di un piccolo e temporaneo nucleo sul massiccio del M. Carpegna alla fine del secolo scorso (Falconieri, 1892 in Foschi e Gellini, 1987). La popolazione attualmente presente in provincia di Forlì-Cesena, che ha preso origine da immissioni effettuate negli anni ‘70, ha distribuzione ampia e discontinua dalla bassa collina fino a circa 1000 m di altitudine, con massime densità tra 200 e 400 m in aree coltivate con presenza di vegetazione pioniera, incolti aridi ecc. Dati recenti (Ceccarelli e Gellini, 2007) mostrano in provincia di Forlì-Cesena un notevole aumento dell’areale distributivo rispetto agli anni ’90 del secolo scorso, oltre a un tendenziale abbassamento della distribuzione verso quote meno elevate, fino ai margini della fascia di pianura, anche se sono ancora rilevabili nuclei nella fascia alto collinare o montana, in controtendenza con quanto verificatosi nel decennio precedente. Pur tenendo in considerazione il fatto che la diffusione risulta influenzata in modo significativo dai regolari ripopolamenti, l’aumento registrato nell’ultimo decennio lascia pensare ad un effettivo consolidamento della popolazione in termini di nuclei autosufficienti e stabili.
Pernice - distribuzione
Area con nidificazione accertata e sufficientemente regolare nel recente passato
 
Aspetti della biologia della Pernice rossa rilevanti ai fini gestionali 
Alimentazione, uso dell’habitat e sovrapposizione di nicchia con la Starna. 
Un aspetto importante da tenere in considerazione nella definizione delle strategie e degli indirizzi gestionali complessivi riguarda la possibilità della esistenza di competizioni interspecifiche, di portata più o meno ampia, in condizioni di simpatria. E’ questo un caso che si presenta con una certa frequenza nei Fasianidi e in special modo nel caso della Starna e della Pernice rossa, specie accomunate da un elevato interesse venatorio e gestionale, le quali si trovano spesso in simpatria, anche come conseguenza delle immissioni che vengono effettuate negli stessi territori. Per queste ragioni è utile esaminare sinteticamente le caratteristiche ecologiche di maggiore rilevanza nel determinare una potenziale competizione o nel rendere possibile la convivenza delle due specie. 
L’alimentazione degli adulti presenta molte similitudini, essendo entrambe le specie strettamente legate a una dieta vegetariana con predominanza di cereali e di altre piante erbacee spontanee e coltivate. In particolare semi e parti verdi di frumento, orzo, avena, medica, poligonacee e graminacee entrano abbondantemente nella dieta sia dell’una sia dell’altra. Lo spettro alimentare della Pernice rossa può risultare quindi molto simile a quello della Starna laddove le due specie convivono, tuttavia una prima differenza può essere individuata nel fatto che la Pernice rossa usa più il becco che le zampe nella ricerca del cibo, risultando così meno "razzolatrice" della Starna (Menzdorf, 1976 in Spanò, 1992), inoltre la Pernice rossa predilige semi di maggiori dimensioni ed è in grado di utilizzare meglio le fasce marginali delle coltivazioni, la vegetazione pioniera e le associazioni vegetali tipiche dei suoli poveri in genere. Nel complesso la dieta degli adulti della Pernice rossa può essere considerata meno specializzata di quella di altri Fasianidi.  
L’ecologia alimentare dei pulcini nelle prime 2-3 settimane di vita è stata studiata in modo comparato nella Starna e nella Pernice rossa in due popolazioni simpatriche dell’Inghilterra (Green, 1984). Lo studio ha evidenziato una maggiore dipendenza dei pulcini di Starna dagli insetti, mentre i pulcini di Pernice rossa consumano maggiori quantità di semi di cereali. Semi di piante erbacee dei generi Poa, Agrostis e Stellaria compaiono nella dieta di entrambe le specie, anche se i pulcini di Pernice rossa mostrano capacità digestive e di assimilazione nettamente superiori. Inoltre mentre l’attività di ricerca del cibo è limitata per i pulcini di Starna alle coltivazioni cerealicole e alle loro pertinenze, i pulcini di Pernice rossa mostrano un’intensa attività alimentare anche in colture completamente diverse come le carote, le barbabietole, i cavoli ecc., di cui consumano le parti verdi, oltre a cibarsi degli insetti e delle piante infestanti in esse presenti. Un consumo minore di insetti rispetto alla Starna è stato osservato anche in Spagna, con frazioni nella dieta dei pulcini che passano dall’80,5 nella prima settimana al 50,8% nella terza settimana (Rueda et al., 1992). In Italia lo studio comparato dell’uso stagionale dell’habitat delle due specie in condizioni di simpatria ha evidenziato notevoli sovrapposizioni, pur manifestando differenze significative (Meriggi et al., 1991). Nel complesso la Pernice rossa ha mostrato rispetto alla Starna un utilizzo maggiore degli incolti e minore degli appezzamenti coltivati. Una preferenza per gli incolti è stata osservata anche per la scelta del sito di nidificazione (Ricci, 1990), inoltre nella stagione invernale le siepi vengono utilizzate in misura minore rispetto a quanto avviene nel caso della Starna. La stagione in cui si verifica la maggiore sovrapposizione di uso dell’habitat è la primavera, in coincidenza con la massima disponibilità di risorse e la conseguente riduzione della competizione. Interessanti considerazioni emergono anche dall’analisi dei siti di nidificazione utilizzati dalle due specie, in particolare la Starna utilizza di preferenza le siepi e i bordi degli appezzamenti, mentre la Pernice rosa mostra preferenze meno spiccate, determinando indirettamente una diversa vulnerabilità alla predazione. Vari autori, pur sottolineando le differenze riscontrabili in diversi contesti ambientali o in diversi periodi dell’anno, concludono che la Pernice rossa può essere considerata una specie maggiormente generalista rispetto alla Starna, e le differenze evidenziate vanno interpretate più come conseguenza di caratteristiche specie-specifiche che come effetto della competizione diretta. Diversità dal punto di vista biogeografico ed ecologico spiegano il fatto che la Pernice rossa utilizza maggiormente, soprattutto durante la stagione fredda, le aree a microclima caldo e asciutto, come i calanchi o gli affioramenti rocciosi (Meriggi e Prigioni, 1985). Studi condotti all’estero hanno evidenziato un forte legame della Pernice rossa con gli arbusteti e la loro importanza nel determinare le preferenze ambientali della specie (Lucio e Purroy, 1992). Ulteriori studi hanno evidenziato come Starna e Pernice rossa sembrino essere diversamente influenzate da singoli fattori ecologici a conferma di una certa separazione nell’uso delle risorse ambientali, in particolare, molti dei fattori esaminati agiscono in modo simile nelle due specie, tuttavia solo un certo numero di essi ha effetto osservabile, inoltre il loro numero tende ad aumentare passando dalle coppie alle nidiate (Meriggi et al., 1992). Ciò fa supporre che il massimo grado di separazione ecologica tra le due specie coincida con la fine dell’epoca riproduttiva e possa essere spiegato con lo stretto legame esistente tra le nidiate di Pernice rossa e la vegetazione degli incolti, soprattutto in suoli aridi, in contrasto con la preferenza mostrata dalla Starna per le porzioni coltivate. Barfknecht (1992) ritiene che la Pernice rossa non sia in grado di esercitare importanti effetti competitivi sulla Starna, anche se non si può escludere che operazioni di ripopolamento, che prevedano massicce immissioni di pernici rosse in aree già abitate dalla Starna, possano causare una temporanea diminuzione di quest’ultima specie. 
Dal punto di vista gestionale è possibile concludere che le due specie, pur mostrando una certa sovrapposizione nell’uso dell’habitat, sono in grado, grazie a un diverso utilizzo di alcune tipologie e risorse ambientali, di convivere senza raggiungere generalmente elevati livelli di competizione o addirittura di mutua esclusione. Ciò non toglie che l’immissione e la gestione delle due specie nello stesso territorio, soprattutto se esso presenta caratteristiche di uniformità, solo raramente può essere considerata una valida opzione, in quanto esse evidenziano esigenze climatiche ed ecologiche piuttosto ben differenziabili, e per certi aspetti, complementari.
 
La vocazione del territorio regionale per la Pernice rossa
DATO BIOLOGICO 
Per la formulazione del modello di vocazione per la pernice rossa stati usati  dati  che distinguevano aree di presenza da aree di assenza della specie. 
        
MODELLO DI VOCAZIONE 
Anche per la pernice rossa è stata utilizzata la tecnica di regressione logistica con selezione forward. Il modello ha consentito di classificare correttamente il 100,0% dei casi. In questo caso il modello si è basato sull’abbondanza dei seminativi irrigui (s211) e sul perimetri dei seminativi (psemin), sebbene anche l’abbondanza delle colture permanenti (colt_per) sia entrata nel modello.
Modello vocazione Pernice rossa
Il modello è stato applicato successivamente sulle aree che rientravano nei vincoli altitudinali indicati nella scheda Pernice rossa della REN (Boitani et al. 2002) che indicava i 200 m slm come limite minimo e 1500 m slm come limite massimo di presenza.
 
CARTA DI VOCAZIONE BIOTICA 
Sulla base della analisi delle aree campione suddivise in due gruppi, cioè aree con presenza rilevata e aree di confronto con assenza, è stata conservata la classificazione del territorio in 2 categorie di vocazione, indicate con minore e massima idoneità, in virtù del fatto che le categorie vengono individuate in tutti i casi con una elevatissima probabilità. Di conseguenza la carta può essere correttamente interpretata come una attendibile descrizione del territorio regionale in termini di maggiore o minore idoneità per questa specie, mentre non è possibile definire nessuna particolare gerarchia nell’ambito delle categorie, fatto che certamente fornisce una sovrastima dell’omogeneità delle condizioni reali. Da sottolineare anche che il campione utilizzato per le analisi, essendo di tipo qualitativo, non consente una classificazione del territorio in termini di densità o potenzialità stimate.    
A dispetto del fatto che questo fasianide è attualmente presente in ambito regionale solo a seguito di introduzioni effettuate a fini venatori, la pernice rossa si presenta come una delle specie con le maggiori potenzialità in assoluto, dal momento che la superficie classificata a massima idoneità copre una superficie pari a circa i tre quarti di quella totale, con distribuzione piuttosto omogenea in tutti i settori regionali.  
In accordo con le sue caratteristiche di adattabilità risultano idonei comprensori sia di pianura sia di collina-montagna, trovandosi questa specie altrettanto a suo agio in situazioni estesamente coltivate a seminativi, come quelle di pianura, così come in contesti più diversificati, caratterizzati dalla stretta associazione di coltivi, arbusteti e incolti in genere, anche fino ad altitudini piuttosto elevate.  
Gli elementi che meglio sembrano contraddistinguere gli ambiti a minore idoneità sono i frutteti e le colture specializzate in pianura e le tipologie a bosco in collina-montagna.  
Mettendo a confronto l’area di vocazione della Pernice rossa con quella della Starna si può notare come in sostanza le due specie appaiano pressochè complementari per quanto riguarda le potenzialità di sviluppo e gestione del territorio. Ciò non può che facilitare le scelte e le strategie gestionali in ordine a una corretta fruizione delle due specie. E’ necessario inoltre tenere conto del fatto che i modelli di vocazione non possono in questo caso tenere conto di variabili climatiche che possono, a parità di altre condizioni, diminuire la capacità portante del territorio o comunque costituire un elemento di forte instabilità delle popolazioni (ad esempio nel caso di anomale mortalità causate da inverni particolarmente rigidi e nevosi). Per queste ragioni si può ritenere che, nel caso della Pernice rossa, al di sopra di altitudini medie, cioè circa 800 m., pur considerando il valore di vocazione come indicativo di buone condizioni agro-ambientali, non sussistano le migliori condizioni per una gestione attiva della specie. 
Una stima indicativa delle potenzialità produttive del territorio regionale per la Pernice rossa può essere effettuata sulla base dei parametri noti per la specie, con particolare riferimento ai dati raccolti in ambito regionale o in situazioni ambientali assimilabili. In regione sono scarse le informazioni disponibili sulla densità, la produttività o la dinamica di popolazioni presenti in natura, anche in considerazione del fatto che in gran parte del territorio regionale la Pernice rossa è una specie introdotta in tempi relativamente recenti. In provincia di Modena è stato valutato il successo dei ripopolamenti in alcune aree campione (Ferri, 1985). In base a censimenti effettuati in 9 Zone di Ripopolamento e Cattura in 2 anni successivi (1983-84) si segnalano densità primaverili variabili da 1 a 54 coppie/100 ha. e densità autunnali variabili da 5 a 26 nidiate/100 ha. Nel biennio considerato la densità complessiva delle nidiate non è cambiata essendo rimasta di 1/32 ha. In 5 delle aree di studio è stata fatta una valutazione del successo riproduttivo: 65,1% e 54,2% di coppie riprodottesi con successo e media di 7,5 e 8,2 individui per nidiata rispettivamente nel 1983 e 1984. In aree di studio situate in differenti fasce altimetriche dell’Oltrepò pavese (Zacchetti e Meriggi, 1985) sono state rilevate densità primaverili comprese tra 2,4 e 16,2 coppie/100 ha. La percentuale di coppie riprodottesi con successo è risultata variabile tra 29,3 e 54,3 (media 44,6%), mentre il numero medio di juv./nidiata tra 4,8 e 7,9. Nello stesso territorio Meriggi e Prigioni (1985) segnalano una densità primaverile media di 3,1 coppie/100 ha. e una densità autunnale media di 1,8 nidiate/100 ha. La percentuale di coppie riprodottesi con successo è stata del 36,7, la densità di juv. in estate è risultata di 4,1/100 ha. corrispondente ad un aumento del numero di riproduttori presenti in primavera del 66,3%. Analizzando complessivamente i dati raccolti nell’Oltrepò pavese Meriggi (1987) conclude che il numero medio di giovani portati a maturazione per gruppo familiare può variare da 4 a 10 in relazione alle zone e alle annate. Anche la produttività delle popolazioni può variare sensibilmente, in media solo circa la metà delle coppie si riproduce con successo, mentre in estate il numero di giovani per adulto è in media di 2 (da 0,6 a 2,6 ), valore rilevato anche in Francia (Pepin, 1981a). Secondo Meriggi (1985) in media solo circa il 36% dei nidi giunge alla schiusa, mentre circa il 20% viene predato, il 22,6% viene distrutto dai lavori agricoli e il 19% viene abbandonato. In varie aree di studio della provincia di Alessandria sono state rilevate, nel corso degli anni ‘80, densità autunnali comprese tra 0,5 e 3 nidiate/100 ha. (Spanò, 1992). In un’area collinare dell’Italia centrale è stata studiata nel quadriennio 1988-91 la dinamica di una popolazione introdotta (Mazzoni della Stella e Burrini, 1995); in questo caso la densità primaverile è variata tra 0,9 e 1,3 coppie/100 ha., la percentuale di coppie riprodottesi con successo è variata tra 34,8 e 65, il numero medio di juv./nidiata è risultato compreso tra 3,1 e 8,2. Nel corso di studi sull’ambientamento di pernici allevate in aree protette della Toscana meridionale sono state rilevate durante un quinquennio densità di coppie variabili tra 1,57/100 ha. e 3,86/100 ha. e densità di nidiate variabili tra 0,27/100 ha. e 1,46/100 ha. (Santilli et al., 2005).  
Studi condotti in Inghilterra hanno rilevato densità di 3-5 coppie/100 ha., in Francia 11-22 coppie/100 ha. (Spanò et al., 1998), in Spagna sono note densità primaverili comprese tra 13 e 22 coppie/100 ha., in relazione alle caratteristiche degli agro-ecosistemi esaminati (Nadal et al., 1989). Pur nell’ambito di una ampia variabilità, locale e tra anni diversi, nel complesso i principali parametri delle popolazioni studiate in Italia risultano abbastanza simili a quelli rilevati in altri paesi europei (cfr. Spanò, 1985; Zacchetti e Meriggi, 1985). Come accertato in altri Fasianidi, l’incremento annuo percentuale e il reclutamento sono spesso inversamente correlati alla densità di riproduttori (Zacchetti e Meriggi, 1985; Rands, 1987a); si conferma inoltre l’importanza decisiva del tasso di sopravvivenza dei pulcini (Potts, 1980; Meriggi, 1985; Zacchetti e Meriggi, 1985), a sua volta spesso collegato alle variazioni climatiche (Zacchetti e Meriggi, 1985). L’andamento sul lungo periodo (tre decenni) di due popolazioni situate in due distinte aree della provincia di Alessandria ha mostrato una diminuzione imputabile alle modificazioni ambientali verificatesi in seguito all’abbandono più o meno esteso dell’agricoltura (Spanò e Truffi, 1988). 
Sulla base dei dati raccolti in aree di studio italiane Meriggi (1987) ha ipotizzato tre possibili modelli di dinamica delle popolazioni, applicabili a differenti fasce altitudinali (dalla bassa collina alla montagna), i quali si riferiscono a situazioni medie sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista delle condizioni climatiche annuali. I modelli prevedono incrementi utili che vanno da un minimo del 16% a un massimo, nelle zone più favorevoli, del 37%.
Pernice rossa vocazione biotica
 
Aspetti gestionali 
E’ già stato evidenziato come la Pernice rossa sia una specie di recente introduzione nella maggior parte del territorio regionale, tuttavia esistono buone ragioni per ritenere possibile e anzi auspicabile una strategia gestionale volta ad un suo sviluppo e/o consolidamento. In primo luogo è stata dimostrata la buona compatibilità o addirittura complementarità della specie nei confronti della Starna, per cui non vi è motivo di ritenere che l’incremento della Pernice rossa possa in qualche modo compromettere le potenzialità di sviluppo di quest’ultima. Inoltre la Pernice rossa possiede caratteristiche ecologiche che la rendono assai più adatta ad utilizzare tipologie ambientali quali incolti erbacei e arbustivi, appezzamenti colturali abbandonati e in evoluzione spontanea, aree marginali con suoli poveri non più utilizzabili a fini agricoli ecc., che si stanno diffondendo progressivamente, soprattutto nella fascia collinare, a scapito dei tradizionali agrosistemi. Inoltre non va dimenticato che, mentre per la Pernice rossa la fascia territoriale interessante è quella collinare, per la Starna esistono grandi potenzialità gestionali anche in vaste porzioni della pianura.  
In considerazione dell’attuale discreto status della specie nel territorio regionale, la strategia gestionale da privilegiare in assoluto è il consolidamento e l’espansione dei nuclei già presenti. Ciò può essere realizzato soprattutto attraverso interventi di miglioramento della qualità ambientale; in particolare risultano importanti a seconda delle condizioni locali: la semina di appezzamenti incolti con cereali, leguminose o essenze a maturazione differenziata; la conservazione delle stoppie, vietandone la bruciatura e incoraggiando la semina di erba medica nei cereali in modo da evitarne l’aratura; la tutela, l’incremento e la corretta gestione delle siepi, che rappresentano siti di nidificazione privilegiati. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, studi specifici hanno chiaramente evidenziato una stretta relazione tra quantità e qualità delle siepi e parametri della popolazione quali la densità di riproduttori, il successo riproduttivo e il reclutamento (Potts, 1980; Rands, 1987a, 1987b). In considerazione del fatto che, soprattutto in aree alto collinari o montane, la mortalità invernale può essere rilevante in caso di condizioni climatiche avverse, può risultare molto utile in caso di necessità predisporre un adeguato foraggiamento invernale, con punti di alimentazione ubicati nelle località maggiormente frequentate dagli animali, e comunque in modo da consentire un facile accesso con autoveicoli anche in condizioni meteorologiche avverse. Per una trattazione più dettagliata delle procedure più efficaci da mettere in atto e la descrizione di un possibile programma di miglioramento ambientale si veda Garcia et al. (1984).  
In aree ambientalmente vocate, ma in cui la specie non fosse presente, possono essere realizzati programmi di immissione finalizzati alla costituzione di nuclei autosufficienti. Nel caso della Pernice rossa, la scelta dei soggetti da utilizzare per eventuali immissioni dovrebbe ricadere su capi catturati nelle aree dove esistono popolazioni in buono stato di conservazione - ossia che abbiano saturato l’habitat idoneo a livello locale e che siano stabili o in aumento. Tale modalità consente infatti di ridurre i rischi sanitari e genetici connessi con l’uso di soggetti da allevamento e di aumentare le probabilità di sopravvivenza post-rilascio. 
L’immissione di soggetti provenienti dalla cattività, purchè correttamente allevati e rilasciati, è una opzione del tutto residuale, che dovrebbe essere tenuta in considerazione per la ricostituzione di nuclei autosufficienti esclusivamente nel caso in cui non fossero in alcun modo disponibili individui di cattura. L’approccio concettuale e le problematiche legate agli aspetti tecnici del rilascio di soggetti al fine di costituire nuclei autosufficienti non differiscono sostanzialmente da quelli descritti per la Starna, cui si rimanda per una trattazione più dettagliata.  
Il numero di soggetti da immettere può essere quantificato sulla base di 1/ha., infatti stimando perdite complessive attorno al 70% si raggiungerebbe comunque una densità media di circa 30 capi/100 ha., che può essere considerata soddisfacente (Spanò, 1985).  
Come sottolineato anche per altre specie, e indipendentemente dal fatto che si tratti di popolazioni ricostituite o già esistenti, la corretta gestione venatoria non può prescindere da un costante monitoraggio dei principali parametri che la caratterizzano, ottenibile attraverso l’effettuazione regolare di almeno due censimenti annuali in epoca primaverile e tardo estiva. L’obiettivo dei censimenti deve essere principalmente quello di stimare in modo attendibile la densità di riproduttori e il successo riproduttivo. Una metodologia applicabile in marzo e aprile per il conteggio delle coppie è quella di individuarle al canto per mezzo di richiami; tale tecnica deve essere utilizzata con le opportune cautele (Pepin, 1981b). Il censimento tardo estivo delle nidiate può essere effettuato in territori non troppo accidentati e coltivati perlustrando al mattino e alla sera, a bordo di autoveicoli, i luoghi di alimentazione, situati generalmente in zone aperte. In aree a morfologia accidentata o con abbondante vegetazione schermante può risultare molto utile o indispensabile l’uso di cani da ferma, purchè ben addestrati. Zacchetti e Montagna (1991) hanno messo a confronto i risultati ottenuti utilizzando vari metodi di censimento per diverse specie di Fasianidi. Per la Pernice rossa i risultati migliori in primavera sono stati ottenuti con l’utilizzo del censimento su striscia, mentre per la stima delle densità autunnali vari tipi di percorsi lineari forniscono buoni risultati. Nadal et al. (1992) hanno analizzato comparativamente i dati ottenibili con tre tecniche diverse di censimento, segnatamente il censimento su striscia, il censimento a zig-zag (Farthouat, 1981) e il censimento da bordo di autoveicoli, concludendo che tutti possono essere proficuamente utilizzati, anche se il terzo tende a fornire dati sottostimati. 
Il prelievo venatorio dovrebbe essere consentito solo una volta che la popolazione abbia raggiunto soddisfacenti livelli di densità e produttività, in questo senso molti autori sottolineano la necessità di sospendere l’attività venatoria in tutte le aree in cui si intenda procedere a un programma di recupero o incremento della specie (Garcia et al., 1984; Spanò, 1985; Meriggi, 1987). Gli stessi Autori sottolineano inoltre gli effetti negativi dell’attività venatoria non solo dal punto di vista del prelievo diretto ma anche da quello del disturbo arrecato, soprattutto se in periodi critici dal punto di vista dell’alimentazione. Spanò (1985) suggerisce fra l’altro il divieto di caccia nelle ore serali per consentire alle nidiate una adeguata rimessa. Meriggi (1987) richiama l’attenzione sull’opportunità che la caccia non inizi troppo precocemente, quando vi sono ancora soggetti immaturi delle nidiate tardive, e che non termini troppo avanti nella stagione, in quanto il disturbo potrebbe impedire l’accumulo delle riserve energetiche indispensabili per superare l’inverno. La stagione venatoria alla Pernice rossa dovrebbe essere perciò limitata ai mesi di ottobre e novembre. Come per altre specie può risultare estremamente importante nell’ambito di un programma di recupero a medio-lungo termine la realizzazione e il mantenimento per lunghi periodi di una rete di aree protette di adeguate dimensioni e adatte caratteristiche ambientali in modo da garantire la conservazione di un certo numero di nuclei autosufficienti.
 
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  • Pernice rossa
     
     
     
     
     
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