Regione Emilia-Romagna 
ASSESSORATO AGRICOLTURA, ECONOMIA ITTICA, ATTIVITA' FAUNISTICO-VENATORIE.
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Indice generale
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STARNA Perdix perdix
Analisi di vocazione per province: 
Dimensioni: 
29-31 cm; apertura alare 45-48 cm. 
Peso medio: 
350-450 g.; maschio leggermente più pesante della femmina  
Specie politipica: 
8 sottospecie descritte; modesto dimorfismo sessuale. 
Distribuzione: 
Regione paleartica occidentale, a est fino alla Mongolia. Introdotta in America del nord. In Europa manca al di sopra del 65° parallelo, in Islanda e nelle isole mediterranee.
 
Caratteristiche generali 
Piumaggio delle parti superiori grigio-bruno con barrature, groppone castano. Fianchi barrati verticalmente. Parti inferiori azzurro-biancastre con una ampia macchia castana sul petto, più evidente nei maschi. Capo con tonalità rossicce, più vivaci nel maschio. Il migliore carattere distintivo del sesso è il disegno delle copritrici alari, caratterizzate da una sola stria longitudinale nel maschio, anche da strie trasversali nella femmina. Nessuna variazione stagionale. Abito giovanile non chiaramente differenziato. Muta pre-riproduttiva parziale e post-riproduttiva completa tra giugno e novembre. La coda corta contribuisce a determinare una silhouette tipicamente rotondeggiante sia a terra sia in volo. Essenzialmente terricola, come altri galliformi vola solo per brevi tratti, generalmente per sfuggire ai pericoli, con rapidissimi e rumorosi colpi d’ala alternati a planate. E’ specie sedentaria con l’eccezione delle popolazioni orientali che appaiono parzialmente migratrici (Cramp & Simmons, 1980). Emette vari richiami, il più comune dei quali è quello territoriale, emesso dai maschi soprattutto al crepuscolo all’inizio della primavera. Nidifica a terra ai bordi di campi, su banchine erbose, sotto siepi ecc. Si nutre di semi e parti verdi di numerose piante erbacee e arbustive, mentre i pulcini nei primi 20 giorni hanno una dieta spiccatamente entomatica. Specie tipicamente legata agli ambienti steppici, frequenta gli agrosistemi della pianura e della collina, generalmente non oltre 6-800 m di altitudine, ma in talune situazioni anche oltre.
 
Status e modificazioni recenti 
Come le altre specie del genere Perdix la Starna è originaria delle steppe dell’Asia centrale, ma si è diffusa negli ultimi 5-8000 anni anche in tutta l'Europa occidentale grazie allo sviluppo dell'agricoltura, alla scomparsa delle foreste primigenie e all’estendersi della coltivazione dei cereali, ai quali la Starna è strettamente legata dal punto di vista trofico essendo una specie originaria delle praterie naturali euro-asiatiche (Hammer et al., 1958) e di cui la steppa cerealicola è per molti aspetti un equivalente ecologico. In molti Paesi europei, a partire dal 16° secolo, la diffusione naturale è stata affiancata da ripetute introduzioni.  
L'areale attuale della Starna comprende, oltre a una vasta area della Russia asiatica ad est degli Urali e a gran parte della Russia europea, anche tutta l'Europa occidentale, dal bacino del Mediterraneo alla Scandinavia e alla Gran Bretagna dove, a differenza della pernice rossa, sembra debba essere considerata autoctona. Nei primi decenni del secolo la Starna è stata inoltre introdotta in Nord America dove ha avuto un ottimo successo, diffondendosi rapidamente in molte zone degli Stati Uniti settentrionali e del Canada meridionale. Vari tentativi di introdurre la Starna in Oceania, nelle Hawaii e in Cile non hanno avuto esito favorevole (Potts, 1986). 
Dopo un periodo di massima consistenza, coinciso nella maggior parte dei paesi europei con l’inizio del secolo scorso, ha avuto inizio un declino generalizzato che in Europa ha assunto caratteri particolarmente evidenti a partire dal secondo dopoguerra (Potts, 1986), mentre sembra essersi manifestato in modo assai meno grave in America (Nelson, 1987). Il declino si è manifestato sia nella diminuzione degli effettivi, sia nella contrazione dell’areale, soprattutto nelle sue fasce periferiche (in Scandinavia e Unione Sovietica il limite distributivo si è spostato verso sud di oltre 300 km). Ancora più evidente è stata la diminuzione delle consistenze: ad esempio in un’area della Francia settentrionale il carniere annuale è passato da 5000 capi nel 1938 a 12 nel 1984 (Potts, 1986). Complessivamente si stima che il carniere mondiale prima della seconda guerra mondiale ammontasse annualmente a circa 20.000.000 di capi, ridotto a circa 3.800.000 alla metà degli anni ‘80, considerando inoltre che in quest’ultimo caso una quota significativa è costituita da capi di allevamento (Potts, 1986).  
In Italia la ricostruzione dell’areale storico della Starna è stata effettuata sulla base delle informazioni bibliografiche disponibili, nonchè in modo indiretto valutando il possibile areale potenziale, sulla base delle condizioni agricolo-forestali italiane esistenti in tempi storici e delle caratteristiche ecologiche della specie (Matteucci e Toso, 1985a; Toso e Cattadori, 1993). L’areale comprendeva probabilmente senza soluzione di continuità tutta l’Italia peninsulare con l’unica esclusione dello spartiacque appenninico e forse di alcune zone del Mezzogiorno caratterizzate da un clima particolarmente arido; nell’ambito dell’areale tuttavia la densità di popolazione era caratterizzata da variazioni in relazione a un gradiente di vocazionalità ambientale molto ampio. Di particolare interesse risulta la presenza storica di popolazioni di questo galliforme anche nelle vallate e sui versanti alpini (in particolare nelle Alpi Occidentali e Centrali) sino a quote elevate (1500-1800 m) (Geroudet, 1978; Bocca e Maffei, 1984), popolazioni oggi completamente scomparse essendo legate ad un uso agricolo di territori montani da tempo abbandonato. 
L’areale italiano attuale, che nel suo complesso riflette i numerosi interventi di immissione a fini venatori, comprende numerose aree con distribuzione centro settentrionale. L’area di riproduzione più meridionale si trova sull’Appennino campano, mentre le più settentrionali sono localizzate sulle Alpi, dove si rinvengono i nuclei più stabili e di maggiori dimensioni (Boitani et al., 2002). 
La distribuzione è peraltro caratterizzata da vaste soluzioni di continuità che, unitamente al fatto che le singole popolazioni sono per la maggior parte di piccole dimensioni, ne rendono precaria la sopravvivenza. L’esame dei biotopi occupati ha mostrato una situazione relativamente costante per quanto riguarda alcuni parametri quali l’altitudine, compresa entro i 400 m s.l.m., la presenza in buona percentuale di colture cerealicole e la ridotta presenza di aree boscate. Dall’analisi delle tipologie ambientali rappresentate nell’ambito dell’areale residuo sembra comunque che la Starna sia in grado di sopravvivere e costituire popolazioni autosufficienti, pur se con densità medio-basse, anche in aree sottoposte a una gestione agricola di tipo moderno e intensivo, a condizione che le colture cerealicole siano sufficientemente rappresentate.  
Per quanto riguarda la regione Emilia-Romagna si può rilevare come la situazione si sia modificata negli ultimi decenni in modo sostanzialmente non dissimile dal resto d'Italia. Fino agli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso la Starna appariva infatti diffusa e più o meno abbondante in tutto il comprensorio collinare fino a circa 6-700 m., presente ma meno comune ad altitudini superiori. La situazione è andata in seguito rapidamente mutando e a partire dalla fine degli anni ‘60 si è assistito alla progressiva scomparsa dall' areale storico. 
La specie può essere considerata presente in tutta la fascia collinare, mentre appare assai meno omogeneamente diffusa nella pianura padana e nella fascia montana, tuttavia, come è già stato sottolineato, la presenza della specie è ormai collegata solo alle massicce e regolari immissioni effettuate annualmente a scopo di ripopolamento venatorio, senza le quali probabilmente la Starna risulterebbe assente o estremamente localizzata.  
In provincia di Piacenza (AA.VV., 2008c) l'areale di distribuzione attuale interessa una superficie di circa 107.000 ha (circa il 41% della provincia) e ricade, principalmente, nel settore orientale delle fasce di pianura e di bassa collina. I Comprensori più estesamente interessati dalla presenza della specie sono quelli della fascia pianeggiante e collinare, mentre nei comprensori montani la specie è assente. Le caratteristiche degli insediamenti non sono uniformi per quanto riguarda le consistenze. In qualche caso si tratta di popolazioni che raggiungono qualche centinaio di individui, come quelle attestate lungo i fiumi Trebbia e Nure. In altre situazioni, i nuclei presenti contano poche decine di individui e derivano da tentativi recenti di reintroduzione.  
In provincia di Parma (AA.VV., 2007), la Starna risulta presente solo con piccoli nuclei isolati e spesso originati da lanci di soggetti provenienti da allevamenti, anche a causa di una scarsa vocazione ambientale generalizzata. Nelle aree collinari e montane l’elevato interesse per gli ungulati e la notevole presenza del cinghiale sembra essere uno degli elementi maggiormente negativi per i galliformi. 
In provincia di Reggio Emilia (AA.VV., 2008d) la Starna è presente con una distribuzione a “macchia di leopardo”, limitatamente a pochi contesti territoriali con popolazioni di piccole dimensioni e non autosufficienti, spesso in conseguenza ad immissione realizzate allo scopo di ricostituire popolazioni autosufficienti all’interno di Istituti di protezione o a divieto di caccia specificatamente rivolto alla specie. Sebbene presenza e distribuzione siano storicamente accertate sul territorio provinciale, l’attuale distribuzione della specie risente sia delle conseguenze del processo di trasformazione del territorio sia degli interventi di reintroduzione realizzati dalla Provincia e dagli istituti venatori nell’ambito di progetti specifici.  
Nella provincia di Modena, la Starna era presente e ampiamente diffusa fino agli anni ’60 del secolo scorso, successivamente la consistenza è andata progressivamente diminuendo fino all’estinzione (Ferri et al., 1997). Nel periodo 1992-2006 sono stati condotti progetti di incremento della starna, durante i quali sono stati immessi complessivamente circa 30.000 soggetti (Ferri et al., 1997; AA.VV, 2008), con risultati in parte positivi. 
La provincia di Ferrara ha ospitato per decenni la più cospicua popolazione italiana (quella presente nei terreni di bonifica delle ex valli del Mezzano (Matteucci e Toso, 1985b), di grande interesse sia per la consistenza numerica sia per le caratteristiche ambientali dell’area. Tale popolazione, dopo essersi dapprima drasticamente ridotta, può essere considerata pressoché scomparsa (Cattadori e Zacchetti, 1991; Toso e Cattadori, 1993; Pagnoni, 1997).  
In provincia di Ravenna la Starna era presente fino alla fine degli anni ‘80 con una popolazione di alcune centinaia di individui (Matteucci e Toso, 1985a), interessante in quanto tra le poche situate in ambiente di pianura.  
Nella provincia di Forlì-Cesena (Ceccarelli e Gellini, 2007) è stata confermata una sensibile contrazione dell’areale distributivo e a livello locale un perdurante, e anzi aggravato, stato di crisi, che vede una presenza estremamente localizzata e priva di nuclei o popolazioni caratterizzate da autosufficienza e relativa stabilità. Coppie e individui isolati, così come casi di nidificazione più o meno sporadici attribuibili a individui rilasciati per ripopolamento, vengono segnalati con regolarità, tuttavia tali presenze, a causa della loro esiguità, non danno alcuna garanzia di stabilità, nè tantomeno di potenziale espansione, nonostante studi specifici abbiano messo in evidenza come il territorio provinciale presenti ancora buone potenzialità ambientali (Gellini e Matteucci 1992). Se da un lato la pressione venatoria è stata da tempo individuata come un importante fattore limitante (Toso e Cattadori 1993), dall’altro la pressoché totale incapacità della specie di colonizzare in modo relativamente stabile anche aree da decenni interdette alla caccia lascia ipotizzare l’esistenza di ulteriori elementi negativi. Da segnalare, fino alla metà degli anni ottanta, l’esistenza in provincia di Forlì-Cesena di popolazioni di una certa rilevanza, per un totale stimato di alcune centinaia di individui (Matteucci e Toso, 1985a).  
Segnalazioni di nidificazioni o piccoli nuclei, più o meno instabili e generalmente originati da ripetuti ripopolamenti, sono state segnalate regolarmente anche in passato in numerose località sia in collina che in pianura in tutta la regione (Gellini e Matteucci, 1992; Giannella e Rabacchi, 1992; Ravasini, 1996), tuttavia la condizione della Starna appare in regione molto critica. Attualmente non esistono popolazioni autoriproducenti tali per cui possa essere assicurata una conservazione a lungo termine. E’ lecito ipotizzare che modificazioni sostanziali della situazione possano avvenire solo attraverso la realizzazione di un programma di grande respiro territoriale e temporale di riqualificazione ambientale e di razionalizzazione dell’attività venatoria.
Starna - distribuzione
Area con nidificazione accertata e sufficientemente regolare nel recente passato
 
Aspetti della biologia della Starna rilevanti ai fini gestionali 
Alimentazione, densità, dinamica, fattori limitanti 
L’ecologia alimentare della Starna è stata ampiamente studiata in tutto l’areale distributivo a partire almeno dagli anni ‘30, rendendo disponibile una vasta mole di informazioni (cfr. Potts, 1986). Elementi importanti sono, oltre alle sensibili differenze stagionali, la spiccata differenza esistente tra la dieta degli adulti e quella dei pulcini nei primi 20 giorni di vita. L’alimentazione degli individui adulti nel corso dell’estate e per tutto l’autunno è basata quasi esclusivamente sui semi di cereali coltivati e piante infestanti, con larga preferenza in queste ultime per quelle del genere Polygonum. Durante l’inverno e fino alla schiusa delle uova la dieta si arricchisce di una quota più o meno importante rappresentata da foglie e parti verdi sia di cereali sia altre di graminacee spontanee. Dopo la schiusa delle uova, alcune condizioni concorrono nel determinare l’aumento della frazione animale nella dieta degli adulti, in particolare l’inizio della muta, la necessità per la femmina di reintegrare la perdita di peso conseguente alla cova e la necessità di incoraggiare i pulcini a nutrirsi di insetti. E’ stato tuttavia messo in evidenza come nel caso degli adulti tale frazione animale non rivesta un ruolo importante dal punto di vista delle probabilità di sopravvivenza.  
Considerazioni sostanzialmente diverse devono essere fatte per i pulcini, la cui dieta è costituita nelle prime due settimane pressochè solo da uova, larve e adulti di insetti, con preferenza per formiche del genere Lasius, afidi, collemboli, eterotteri, ecc. L’assoluta necessità per i pulcini di una dieta ad altissimo valore calorico risulta del tutto evidente quando si consideri ad esempio che, come è stato accertato anche in altri Fasianidi, essi sono in grado di produrre in modo autonomo solo una parte del calore necessario alla loro termoregolazione, mentre la rimanente parte viene ottenuta attraverso il contatto fisico con i genitori e il resto della nidiata (Koskimies, 1962; Offerdhal e Fivizzani, 1987). Ciò riduce fortemente il tempo che i pulcini possono dedicare all’alimentazione, da cui l’importanza di un alto contenuto energetico nel cibo. Inoltre è stato ampiamente dimostrato (cfr. Potts, 1986) che la velocità di accrescimento corporeo e del piumaggio è fortemente correlata alla frazione animale presente nella dieta dei pulcini. E’ stato complessivamente stimato che il fabbisogno energetico giornaliero necessario ad una normale crescita dei pulcini potrebbe essere soddisfatto, in assenza di insetti, solo da un quantitativo di cibo superiore al peso corporeo. Risulta quindi evidente come la sopravvivenza dei pulcini sia condizionata da un equilibrio energetico estremamente delicato, determinato in primo luogo dalla qualità e dalla quantità dell’entomofauna e secondariamente dalle condizioni climatiche.  
La Starna è strettamente monogama e la coppia, una volta formata, può restare unita per tutta la vita (che peraltro in natura non supera in media i 2 anni). La coppia presenta un accentuato comportamento territoriale ed è stata dimostrata una forte competizione per i siti di nidificazione, i quali possono quindi costituire un importante fattore limitante della densità primaverile di riproduttori. Gli studi condotti hanno mostrato che mentre la mortalità invernale vera e propria è un parametro solo moderatamente densità-dipendente, la diminuzione del numero di individui, nello stesso periodo, può essere dovuta quasi esclusivamente a dispersione e in questo caso diventa un parametro chiaramente densità-dipendente. In altri termini le femmine mostrano una evidente tendenza a spaziare i nidi distanziandosi reciprocamente in modo da non superare una certa e definita densità, solo parzialmente dipendente dalle caratteristiche ambientali. A parità di densità di riproduttori in primavera, la qualità dei siti di nidificazione disponibili presenta peraltro una forte correlazione con il tasso di reclutamento della popolazione, in quanto una elevata qualità dei siti riduce la mortalità delle femmine in cova (le cui probabilità di mortalità aumentano durante la cova di circa 10 volte) e le perdite dovute a distruzione del nido. In definitiva quindi il numero massimo di nidi presenti in un certo territorio è in buona parte determinato da meccanismi intrinsechi di autoregolazione della densità delle femmine in riproduzione e la qualità dei siti di nidificazione disponibili è fortemente correlata al successo riproduttivo. In generale, comunque, la densità primaverile di coppie influenza l’incremento annuo, che risulta essere strettamente densità-dipendente, infatti quando è bassa si registrano incrementi maggiori e viceversa.  
La dinamica di popolazione (Meriggi e Beani, 1998) risulta estremamente variabile e dipendente da vari fattori. Sono stati rilevati valori medi del 68% e del 70% di coppie riprodotte con successo, rispettivamente in zone collinari e pianeggianti. La mortalità giovanile, dalla nascita fino al novantesimo giorno di vita è normalmente elevata ed è da ricondursi principalmente a predazione, carenze alimentari e condizioni meteorologiche. Le perdite invernali sono estremamente variabili, e possono giungere fino al 91% della popolazione. 
In generale la dinamica in senso negativo delle popolazioni di starne può essere influenzata principalmente da un aumento della mortalità da fattori densità-dipendenti, e in questo caso la popolazione può mostrare temporaneamente un aumento della mortalità, fino al raggiungimento di un nuovo equilibrio. Oppure da un aumento della mortalità da fattori densità-indipendenti sostenuto, anzichè compensato, da fattori densità-dipendenti. In entrambi i casi quindi la diminuzione è collegabile a una aumentata mortalità.  
Gli aspetti biologici legati alla demografia possono essere importanti dal punto di vista gestionale in quanto permettono di focalizzare gli sforzi verso gli interventi che garantiscono il migliore rapporto costi/benefici. Le caratteristiche demografiche della Starna e di altri Galliformi sono state analizzate e comparate con quelle di altri ordini di uccelli (Trouvilliez et al., 1988). Dallo studio risulta che è possibile dividere le specie in due gruppi principali caratterizzati l’uno da una elevata fecondità e una bassa speranza di vita, l’altro da condizioni opposte. Nell’ambito dei Galliformi, appartenenti al primo gruppo, i Fasianidi presentano la massima sensibilità alla variazione dei parametri legati alla riproduzione, mentre per i Tetraonidi risulta più importante la mortalità degli individui adulti, pertanto, nel caso dei Fasianidi e della Starna in particolare, gli interventi gestionali devono essere volti al miglioramento del tasso di sopravvivenza dei giovani, in quanto garantiscono i migliori risultati nel medio lungo periodo (Meriggi, 1985).
 
Il declino della specie e le sue cause 
A partire dagli anni cinquanta del secolo scorso il declino numerico della Starna è divenuto una realtà evidente in tutto il vecchio mondo. I dati relativi ai carnieri venatori mostrano in tutta Europa, a fronte di un identico sforzo di caccia, una evidente tendenza alla diminuzione dei capi abbattuti, confermata anche dai censimenti effettuati nei vari paesi europei. Secondo Potts (1986) la consistenza totale della specie, stimata in origine indicativamente in 110 milioni di capi, si è ridotta di oltre l’80%.  
Numerosi studi condotti in vari paesi hanno messo in evidenza il ruolo fondamentale delle modificazioni ambientali legate alle moderne tecniche agricole. In Italia, in agrosistemi condotti con tecniche tradizionali, si stima che la Starna potesse raggiungere densità e tassi d’incremento annuo molto elevati, probabilmente maggiori di quelli ottenibili negli ambienti naturali originari (Matteucci e Toso, 1985a), e condizioni analoghe si riscontravano in altri Paesi europei fino all’inizio degli anni ‘60 (Jenkins, 1961; Potts, 1986). In Italia lo status delle popolazioni era tale da non essere sensibilmente influenzato dal prelievo venatorio o dalla persecuzione attuata con mezzi illeciti (Savi, 1827-31; Salvadori, 1872; Giglioli, 1889). 
Tra le possibili cause del declino della specie è stata posta particolare attenzione al ruolo dei pesticidi (Potts, 1970a, 1974, 1986) i cui effetti possono essere di tipo diretto o, di gran lunga più importanti, di tipo indiretto sull’ambiente, come ad esempio la diminuzione dell’entomofauna negli agro-ecosistemi causata dalla somma delle azioni combinate di insetticidi ed erbicidi, i primi determinando una riduzione diretta degli insetti, i secondi distruggendo le specie vegetali infestanti che costituiscono l’alimento per molti insetti (cfr. Potts, 1986, Sotherton, 1991). 
L’impoverimento dell’entomofauna determina soprattutto un drastico aumento della mortalità dei pulcini, che tra i fattori limitanti è stato identificato come il più importante. Studi condotti sull’incidenza relativa dei vari fattori di mortalità normalmente ipotizzabili in una popolazione, quantificati sia in popolazioni stabili sia in popolazioni in diminuzione, hanno infatti mostrato come solo il tasso di mortalità dei pulcini presenti variazioni statisticamente significative tra i due gruppi. E’ inoltre possibile dimostrare che un aumento del tasso di mortalità dei pulcini dal 50% al 75% causa un forte rallentamento della velocità di recupero della popolazione in caso di elevata mortalità a seguito ad es. di eventi climatici particolarmente negativi, passando da 3 a oltre 10 anni. Inoltre simulazioni di lungo periodo effettuate sulla base di modelli probabilistici indicano che in nessun caso una popolazione di starne può sopravvivere se il tasso di mortalità dei pulcini supera l’80% (Potts, 1986). 
In Italia, più che altrove, all’impoverimento della qualità media dell’habitat si è affiancato soprattutto negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso un notevole aumento della pressione venatoria (Matteucci e Toso, 1992). Come in altri paesi europei si è ricorsi, nel tentativo di arginare il declino della specie, a massicci interventi di ripopolamento utilizzando spesso esemplari allevati in stretta cattività o di cattura, appartenenti a sottospecie diverse da quelle locali. Le prime immissioni di starne importate, provenienti dalla Boemia, vengono fatte risalire agli inizi del ‘900 (Borsa, 1924 in Toso e Cattadori, 1993). Tali immissioni hanno avuto effetti positivi pressochè nulli per quanto riguarda il declino delle popolazioni, mentre hanno causato l’alterazione dei caratteri propri delle forme autoctone, a prescindere dal valore sistematico della ipotizzata sottospecie italiana Perdix perdix italica Hartert, 1917 (Violani et al., 1988), tanto che esse possono essere considerate ormai estinte come entità tassonomica definita (Renzoni, 1974; Lovari, 1975; Matteucci e Toso, 1985a).
 
Ricerche in ambito regionale: l’area del Mezzano (Ferrara) 
La quasi totalità dei dati sulla biologia della Starna in Emilia-Romagna proviene da una ricerca pluriennale sull’ecologia e la gestione della selvaggina stanziale, condotta e coordinata dall’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica in accordo con gli Assessorati Caccia e Pesca della Regione Emilia-Romagna e della Provincia di Ferrara, che si è svolta per circa un decennio a partire dal 1983 nel territorio di bonifica del Mezzano (FE) (Matteucci e Toso, 1985b; Zacchetti et al., 1988; Meriggi et al., 1989; Cocchi et al., 1990; Montagna et al., 1991). Questa zona ha ospitato fino alla fine degli anni ‘80 approssimativamente i 3/4 della popolazione autoriproducentesi di starne nel nostro Paese, la cui consistenza autunnale è stata stimata all’epoca in ca. 16.000 individui (Matteucci e Toso, 1985a).  
Le "Valli del Mezzano" costituivano la parte nord-occidentale della laguna di Comacchio che aveva originariamente una estensione di ca. 30.000 ettari. Nei primi anni ‘60 veniva completata la bonifica delle suddette Valli per una estensione di 18.222 ettari, cui è seguita la trasformazione dell’area in terreni agricoli assegnati a coltivatori diretti.  
Nell’area sono stati effettuati regolarmente dal 1983 per almeno un decennio censimenti primaverili e autunnali di starne e fagiani che hanno consentito di valutare la dinamica della popolazione su base stagionale e annuale correlandola con variabili ambientali e climatiche (Matteucci e Toso, 1985b; Meriggi et al., 1989). La consistenza autunnale stimata nel 1983 ha superato le 12.000 unità, nonostante si tratti di un’area pianeggiante a sfruttamento agricolo intensivo, un ambiente tradizionalmente considerato non idoneo per la specie in Italia. La densità autunnale media sull’intero territorio (67 individui/kmq) è inferiore a quelle rilevate ad esempio in Gran Bretagna (Jenkins, 1961; Blank and Ash, 1955; Potts, 1986) o in Francia (Olivier et al., 1977). Densità sensibilmente inferiori (da 1 a 4 individui/kmq) sono state invece segnalate per la Russia europea ( Osmolovoskaya, 1966). Il numero medio di individui per nidiata rientra nei valori medi noti in letteratura (Gindre et al., 1977; Weigand, 1980). Per l’Italia sono noti valori molto simili ( Meriggi et al., 1985). Il numero massimo di individui per nidiata è identico a quello riportato da Weigand (1980) e Porter (1955). Nel 1983 sono state contate 128 coppie su un’area campione complessiva di 2.270 ha (5,63 coppie/kmq), densità inferiore ai valori noti ad esempio per la Francia (Aubineau et al., 1974; Birkan, 1977), o la Gran Bretagna (Blank and Ash, 1955). La densità primaverile media dal 1984 al 1988 è risultata di 4,2 coppie/kmq, con variazioni annuali non significative. La densità di coppie ha mostrato correlazioni positive con la percentuale di cereali e l’indice di diversità ambientale. Nello stesso periodo la densità media autunnale è risultata di 3,4 nidiate/kmq, con variazioni annuali non significative. La densità di nidiate è risultata positivamente correlata alla percentuale di cereali e negativamente alla percentuale di mais e barbabietole. Il numero medio osservato di giovani per nidiata è stato di 8,2, con variazioni significative su base annuale. La mortalità dei pulcini è stata calcolata a 30, 60 e 90 giorni dalla schiusa, assumendo una dimensione media di 12,8 alla schiusa delle uova, ricavata dalla individuazione di 12 nidi di Starna. Il numero di giovani per nidiata non presenta variazioni significative a 30, 60 e 90 giorni, pertanto si deve concludere che la mortalità nei pulcini avviene in gran parte nelle prime settimane di vita. Il tasso medio di mortalità è stato del 43,4% con variazioni significative tra anni. La densità media autunnale è risultata di 29,3 ind./kmq, 18,9 quella invernale, con variazioni annuali significative solo per il primo dato. La mortalità media autunno-primaverile è risultata pari al 64,3%, quella autunno-inverno del 32,3% senza variazioni annuali significative, nessuna correlazione è stata riscontrata in questo caso con variabili ambientali o con la densità autunnale. Ad esempio la consistenza totale estrapolata nel marzo 1984 tenendo conto anche degli individui isolati era di 2031 individui che corrisponderebbe ad una diminuzione dell’83% rispetto alla consistenza dell’autunno precedente. Questo risultato non rispecchia probabilmente la realtà, in quanto il censimento primaverile a vista comporta una sottostima della consistenza reale. Tuttavia diminuzioni percentuali di simile entità (76%) tra la consistenza autunnale e quella della primavera successiva sono state riscontrate anche in Gran Bretagna, Jenkins (1961). Queste diminuzioni autunno-primaverili sono una tipica e ben nota caratteristica della dinamica di popolazione della Starna e sono attribuibili sia alla mortalità invernale, sia alla dispersione soprattutto di individui giovani in aree circostanti e particolarmente durante il periodo della formazione delle coppie. Il meccanismo della dispersione è certamente un fattore di autoregolazione della popolazione, infatti in aree ad alta densità primaverile l’emigrazione supera l’immigrazione e viceversa nel caso contrario, in modo tale che il numero di coppie nidificanti in una certa area si mantiene relativamente costante nel tempo indipendentemente, entro certi limiti, dalla consistenza autunnale (Jenkins, 1961). Le densità medie rilevate risultano superiori a quelle note in altri paesi, e in altre aree italiane. Lo stesso vale per il successo riproduttivo, con l’81% delle coppie riprodottesi con successo. Mentre la mortalità nei pulcini appare relativamente bassa, la mortalità invernale sembra essere il fattore più importante nella dinamica di questa popolazione. Peraltro questa mortalità non sembra collegata nè alla densità autunnale nè a variabili ambientali, mentre mostra una relazione con la densità primaverile. Ciò indica che la diminuzione autunno-primaverile della popolazione è determinata in gran parte dalla dispersione e dalla disponibilità di siti di nidificazione. La mortalità dei pulcini sembra essere correlata principalmente alle condizioni climatiche, mentre la diversa densità primaverile ed estiva è collegabile, in aree differenti, alle caratteristiche agricole e ambientali. In tutti gli anni e nelle diverse tipologie agricolturali esaminate la percentuale di cereali autunno-vernini è risultata un fattore determinante in tutte la stagioni, mentre effetto negativo risultano avere colture come il mais, la soia e le barbabietole. Queste considerazioni sono state ampiamente confermate da studi specifici sull’uso dell’habitat, che hanno messo in evidenza una selezione positiva per i cereali in tutte la stagioni. L’erba medica è un’altra coltura selezionata positivamente, mentre i campi arati, il mais, le bietole e la soia vengono evitati (Cocchi et al., 1990). Risultati parzialmente diversi sono stati ottenuti attraverso l’uso della radiotelemetria (Montagna et al., 1991), che ha permesso di valutare con precisione la dimensione media dell’home-range (25,5 ha.) e di compararla con quella ottenuta con altre tecniche di studio. L’insieme degli studi condotti nel Mezzano ha consentito per la prima volta in Italia di acquisire dati consistenti sulla dinamica e sui fattori che maggiormente la influenzano, oltre ad avere messo in evidenza alcuni elementi utili ai fini gestionali, in particolare è stata confermata l’importanza dei cereali autunno-vernini durante tutto l’anno e della residua vegetazione naturale o semi-naturale come variabile ambientale fortemente correlata alla densità (Cocchi et al., 1990). L’area di studio è sottoposta ad uno sfruttamento agricolo di tipo intensivo e rispecchia abbastanza fedelmente, pur avendo tratti peculiari, la situazione ambientale maggiormente diffusa nei territori di pianura italiani. L’esistenza di una popolazione stabile in un’area di questo tipo seppure con densità non elevate indica che la presenza della Starna non è incompatibile con la moderna gestione agricola. Inoltre i dati disponibili sulla densità in territori di altri Paesi europei con caratteristiche comparabili dimostrano che con modesti miglioramenti ambientali la densità autunnale può facilmente raggiungere valori superiori. In ambienti agricoli con una gestione faunistica particolarmente oculata sono stati superati i 2 capi per ha. Se si ipotizzasse l’estensione di questi dati ad altri territori italiani con caratteristiche ambientali comparabili se ne ricava una popolazione potenziale tutt’altro che trascurabile sia dal punto di vista naturalistico sia da quello di un razionale utilizzo venatorio.
 
La vocazione del territorio regionale per la Starna
DATO BIOLOGICO 
Per la formulazione del modello di vocazione per la starna stati usati  dati che distinguevano aree di presenza da aree di assenza della specie. 
        
MODELLO DI VOCAZIONE 
Anche per la starna è stata utilizzata la tecnica di regressione logistica con selezione forward. Il modello ha consentito di classificare correttamente il 79,5% dei casi (76,2% dei casi di assenza e il 83,3% di presenza). In questo caso il modello si è basato unicamente sull’abbondanza dei seminativi (semin).
modello di vocazione della Starn
Il modello è stato applicato successivamente sulle aree che rientravano nei vincoli altitudinali indicati nella scheda Starna della REN (Boitani et al. 2002) che indicava i 1500 m slm come limite massimo di presenza.
 
CARTA DI VOCAZIONE BIOTICA 
A partire dalla analisi delle aree campione suddivise in due gruppi, cioè aree con presenza rilevata e aree di confronto con assenza, la classificazione del territorio è stata ottenuta utilizzando 3 categorie di vocazione, ottenute in base alla probabilità di appartenenza al gruppo 2, segnatamente: alla categoria di bassa idoneità vengono attribuite le celle con probabilità non superiore al 75 % di appartenere al gruppo 2; alla categoria di idoneità intermedia vengono attribuite le celle con probabilità compresa tra il 75 % e il 95 % di appartenere al gruppo 2; alla categoria di massima idoneità  vengono attribuite le celle con probabilità superiore al 95 % di appartenere al gruppo 2.  
Il campione di partenza utilizzato per le analisi, essendo di tipo qualitativo, non consente una classificazione del territorio in termini di densità o potenzialità stimate, ma fornisce esclusivamente una indicazione di fasce e settori a maggiore o minore idoneità per la specie.    
In ambito regionale si conferma in modo evidente che le aree a massima idoneità sono localizzate in gran parte nella pianura, con particolare riferimento all’area compresa tra le province di Ferrara e Bologna e tra quelle di Parma e Piacenza, in corrispondenza con le porzioni caratterizzate da estese colture a seminativi, mentre ampie zone della pianura nelle province di Forlì-Cesena e Ravenna risultano a nulla o bassissima vocazione, come conseguenza della diffusione di colture specializzate in campo aperto o di frutteti.   
Per quanto riguarda la pianura padana, è possibile che quella evidenziabile in base agli elementi ambientali possa essere considerata come una situazione più potenziale che reale, in quanto la qualità ambientale della pianura risulta fortemente diminuita dalla eccessiva semplificazione e banalizzazione del paesaggio agricolo, conseguente alla quasi totale scomparsa di tipologie vegetali naturali quali arbusteti, incolti, boschi e macchie, o seminaturali come siepi e filari. A questo si aggiunge un uso tuttora costante di presidi chimici a vario grado di tossicità, con effetti combinati e sinergie complesse difficilmente quantificabili. In questo senso è ragionevole ritenere che solo porzioni limitate della pianura offrano effettivamente condizioni favorevoli a una gestione faunistico-venatoria della Starna soddisfacente e remunerativa in termini di produttività naturale media. 
Seppure di minore estensione e con minore continuità, emergono pressoché in tutte le province zone ad elevata o buona vocazione anche nella fascia basso e medio collinare, in gran parte coincidente con quella delle argille plioceniche a sud-est e delle argille scagliose a nord-ovest, spesso caratterizzata dalle tipiche erosioni calanchive, dalla scarsità di vegetazione arborea e dalla predominanza di colture a seminativi a rotazione. In taluni casi tale fascia si estende fino a ridosso della porzione appenninica più elevata, laddove sono tuttora relativamente diffuse colture tradizionali a cereali e foraggere.  
In questo comprensorio esistono ancora in modo diffuso, a differenza che nella pianura padana, le condizioni ambientali e di utilizzo agricolo individuate come ottimali o molto favorevoli alla specie. Infatti agli spazi coltivati si alternano frequentemente porzioni, seppure di limitata estensione, di vegetazione naturale o seminaturale quali arbusteti, scarpate erbose impluvi incolti, boscaglie, bordi erbosi di campi e cavedagne ecc. Anche in conseguenza delle sue caratteristiche morfologiche, in questo territorio le tecniche agricole risultano più tradizionali e meno esasperate anche nell’uso di prodotti fitosanitari, rendendolo particolarmente adatto ad un programma di graduale reinserimento della Starna nell’areale storico, anche in considerazione del fatto che, nell’ambito di una strategia regionale complessiva di gestione venatoria delle varie specie, la pianura dovrebbe essere considerata una zona maggiormente vocata all’incremento e alla gestione del fagiano e della lepre. 
Nelle porzioni poste ad altitudini maggiori, oltre all’assetto agricolo è comunque necessario considerare, ai fini della vocazione, l’aspetto legato alle condizioni climatiche e all’innevamento. In tutta la fascia collinare uno degli elementi che certamente contribuisce ad elevare l’idoneità è la frammentazione e diversificazione delle tipologie di uso del suolo in forma di mosaico, la quale determina un elevato indice di ecotono.  
Per quanto riguarda una possibile stima delle potenzialità del territorio regionale in termini di produzione e incrementi annuali, sarebbe necessario disporre di dati relativi a popolazioni stabili e in equilibrio con l’ambiente, purtroppo poco numerosi in Italia. Per la regione Emilia-Romagna sono utilizzabili i dati ottenuti nell’area di studio del Mezzano nel periodo 1984-90, durante il quale la densità primaverile media è risultata di 4,2 coppie/100 ha. In un’area collinare della provincia di Modena, in cui è in corso un programma di reintroduzione, sono state rilevate sia nel 1993 sia nel 1994 densità medie di 2,7 coppie/100 ha., tuttavia questi dati si riferiscono ovviamente a una popolazione non stabilizzata. In ambiente collinare lo studio che ha fornito il maggior numero di dati, relativi però anche in questo caso a nuclei reintrodotti e quindi non ancora in equilibrio, è quello condotto nell’Oltrepò pavese dall’Università di Pavia in un contesto ambientale che può essere considerato molto simile a quello presente nella equivalente fascia emiliano-romagnola. 
Da una analisi comparata dei parametri di questa popolazione neocostituita con quella presente nel Mezzano (Zacchetti et al., 1988) è risultato che nella prima, a fronte di una densità primaverile di coppie inferiore (1,7 coppie/100 ha., ), è stata rilevata una produttività maggiore (7,9 juv./coppia censita contro 1,3). Tra le possibili spiegazioni gli Autori ipotizzano per le aree collinari un uso meno massiccio di fitofarmaci che darebbe conto di una minore mortalità dei pulcini. E’ peraltro ragionevole ritenere che in ambienti collinari medi la densità di coppie possa raggiungere in popolazioni stabilizzate valori sensibilmente più elevati, comunque non inferiori a quelli osservati in pianura. In provincia di Piacenza è stata stimata nelle aree collinari ad alta vocazione una densità primaverile sostenibile compresa tra 8 e 16 ind./100 ha. (AA.VV., 1994) e in zone protette sono state rilevate densità pre-riproduttive sono dell’ordine di 10-15 ind/km2 con punte di 25 (AA.VV., 2008b).
Starna vocazione biotica
 
Aspetti gestionali 
Immissioni, reintroduzioni, gestione venatoria 
La conservazione di eventuali popolazioni autosufficienti deve basarsi essenzialmente su opportuni interventi di miglioramento ambientale e sulla razionalizzazione del prelievo venatorio. Laddove invece risultino assenti popolazioni naturali e autosufficienti, è indispensabile ricorrere a programmi di immissione finalizzati alla reintroduzione. In ogni caso, occorre sottolineare che le immissioni andrebbero concepite solo nell’ambito di un piano generale di conservazione della specie e quindi alla scala adeguata, mentre vanno evitati rilasci puntiformi con finalità venatorie.  
Gli esemplari da immettere possono essere di cattura o di allevamento. Dal punto di vista teorico le due opportunità, presentando entrambe vantaggi e limiti, dovrebbero essere attentamente valutate a seconda delle condizioni specifiche e del contesto in cui si intende operare. In Italia la scelta risulta di fatto obbligata, a causa della già evidenziata esiguità delle popolazioni naturali, le quali pertanto non sono in grado di soddisfare le esigenze di un piano di reintroduzione. L'utilizzo di individui di provenienza estera è d'altra parte sconsigliabile per altri motivi, pertanto è necessario orientarsi su esemplari di allevamento indirizzandosi verso quei produttori in grado di fornire le migliori garanzie dal punto di vista sanitario e i cui ceppi abbiano già dimostrato in precedenti esperienze una buona adattabilità alle condizioni naturali. 
La scelta delle aree più opportune in cui indirizzare gli interventi deve essere effettuata prendendo in considerazione gli studi ambientali preliminari, senza peraltro dimenticare l’importanza di altri aspetti quali la necessità di coordinare il coinvolgimento e la collaborazione di più soggetti interessati, come enti pubblici, enti di ricerca e associazioni venatorie. 
La fase del rilascio sul territorio è probabilmente una delle più delicate dell’intero programma e risulta quindi di fondamentale importanza rendere il passaggio alla vita libera il meno traumatico possibile, approntando strutture in grado di garantire per i primi tempi un rifugio sicuro e un facile reperimento del cibo. A questo scopo sono particolarmente valide strutture di ambientamento costituite da un recinto a cielo aperto e da parchetti ubicati al suo interno. I recinti possono racchiudere un'area di circa 1 ettaro ciascuno e vanno dotati di rete metallica alta m 1,80, interrata per almeno 50 cm e con il bordo superiore aggettante verso l'esterno. Un’ulteriore protezione può essere assicurata con la posa in opera di due fili elettrificati alimentati da batteria che corrono lungo l’intero perimetro della recinzione. All'interno del recinto si procede alla semina di essenze miste, scelte fra quelle maggiormente appetite (frumento, orzo, medica, trifoglio, ecc.) e viene mantenuta sempre acqua a disposizione. I parchetti, dislocati separatamente all’interno del recinto, hanno dimensioni di m 5 x 10 x 2, sono costruiti con rete "morbida" e contengono, oltre a mangiatoie protette dalla pioggia e abbeveratoi, opportuni ripari nei quali le starne possano rifugiarsi durante i normali lavori del personale addetto, onde evitare la fuga in volo che spesso provoca la morte o gravi ferite. All'interno dei parchetti verranno immesse le starne in numero medio non superiore a 0,5 capi/mq e qui mantenute per almeno 10 gg., meglio se per periodi superiori. Appena prima del rilascio si provvederà a distribuire granaglie miste a spaglio in tutto il recinto. Si procederà poi al rilascio graduale avendo cura di lasciare nel parchetto alcuni individui che fungeranno da ulteriore stimolo per gli altri a non allontanarsi eccessivamente nei primi giorni. Importantissima deve essere considerata la realizzazione di opportuni miglioramenti ambientali, finalizzati soprattutto all’aumento della disponibilità trofica. In questo senso, è noto che il diserbo costituisce una prassi agricola particolarmente negativa per la Starna. Limitare o eliminare il diserbo su vaste superfici risulta improponibile per l’elevato costo in termini di mancato raccolto, tuttavia esperienze condotte in Gran Bretagna dimostrano che l’eliminazione del diserbo limitatamente alla fascia perimetrale degli appezzamenti, per una larghezza di 6 m, produce un significativo aumento della sopravvivenza dei pulcini, comportando una perdita limitata del raccolto (cfr. Potts, 1986). 
La disponibilità di siti di nidificazione può essere migliorata salvaguardando o incrementando le siepi, i filari, le banchine erbose, le zone incolte, le macchie, ecc., vale a dire tutte le tipologie che aumentano la diversità ambientale e che offrono un microambiente ottimale per la nidificazione. In questo modo si riduce la percentuale di coppie che sceglie il proprio sito di nidificazione all'interno degli appezzamenti coltivati, ad esempio foraggere a sfalcio precoce, dove spesso vengono registrate gravi perdite dovute ai lavori agricoli. 
La predazione sui nidi e sulle femmine in cova è uno dei fattori di mortalità in grado di influenzare la densità media delle popolazioni di Starna e soprattutto la percentuale di individui prelevabili con l’attività venatoria. Solo alcune specie di predatori opportunisti hanno tuttavia una qualche rilevanza in questo senso, segnatamente la volpe e alcuni Corvidi (in particolare la cornacchia grigia e la gazza), mentre le altre specie di predatori non rivestono alcun ruolo significativo (Potts, 1986). La difficoltà di attuare un efficace controllo di queste specie opportuniste, ampiamente diffuse e normalmente abbondanti, risiede nella possibilità di attuare, con metodi realisticamente applicabili, interventi su vaste aree e per lunghi periodi di tempo. I piani di controllo più o meno estemporanei e privi di coordinamento attuati localmente non sembrano adatti a fronteggiare il problema, tuttavia durante le prime fasi di un programma di reintroduzione, operazioni di controllo di alcune specie di opportunisti, condotte con appropriate metodologie e su aree di limitata estensione, possono avere effetti positivi, in particolare accelerando sensibilmente la costituzione di una popolazione autosufficiente.  
In Italia mancano esperienze di reintroduzione della Starna su vasta scala (ad esempio a livello regionale o provinciale), tuttavia esistono esempi di programmi di reintroduzione condotti su comprensori più limitati. 
Nella regione Emilia-Romagna sono stati tentati vari programmi di reintroduzione, di portata e impegno variabili, sia da enti pubblici sia da istituti privati di gestione faunistico-venatoria come ambiti territoriali di caccia e aziende faunistiche.  
L’Amministrazione provinciale di Forlì-Cesena ha attuato dal 1993 al 1996 una serie di iniziative finalizzate alla ricostituzione di contingenti di Starna all’interno delle Zone di ripopolamento e cattura, anche allo scopo di sperimentare appropriate tecniche di rilascio, comprendenti sia l’immissione estiva di starnotti previo ambientamento di circa una settimana sul luogo del rilascio in apprestamenti realizzati a prova di predatore, sia la cova e la schiusa in loco di uova di Starna con l’utilizzo di gallinelle di piccola taglia. Il tasso di schiusa delle uova è stato dell’80% e sono sopravvissuti, fino all’emancipazione, mediamente il 60% degli starnotti nati. 
In provincia di Modena dalla metà degli anni ‘80 è stata posta particolare attenzione alle problematiche e agli interventi gestionali legati al recupero della Starna (Ferri, 1988), e nel 1992 è stato avviato un vasto programma di reintroduzione della Starna che ha interessato un’area collinare di 24.300 ha (comuni di Savignano sul Panaro, Guiglia, Zocca, Vignola, Castelvetro, Pavullo), sia in territorio aperto alla caccia sia in aree protette per circa il 30% della superficie. Nel corso di ogni estate sono state rilasciate oltre 2000 starne in gruppi di 30 individui utilizzando tunnel e recinti protetti da recinzione elettrificata. E’ stato possibile stimare che mediamente meno del 10% dei capi rilasciati ha raggiunto la riproduzione nell’anno successivo al rilascio. Le perdite di femmine in cova e nidi nel corso degli sfalci primaverili hanno raggiunto fino al 50% delle coppie censite. La dispersione di soggetti isolati e coppie dalla località di rilascio è stata verificata anche a oltre 10 Km. Negli anni 1993-94 il 63% delle osservazioni di coppie è stato effettuato in medicai o prati polifiti, solo il 26% in cereali autunno-vernini. 
In provincia di Bologna è stato effettuato alla fine degli anni ‘80 un esperimento di reintroduzione in un’area collinare protetta altamente vocata ubicata in comune di S. Lazzaro di Savena (Zanni et al., 1991). Sono stati rilasciati in totale 210 esemplari di 90 gg. allevati in strutture regionali. Dopo essere stati suddivisi in gruppi di 30 i soggetti sono stati rilasciati con l’utilizzo di strutture di ambientamento e metodologie di rilascio diverse, allo scopo di testare eventuali differenze. La sopravvivenza media delle brigate al termine del rilascio di tutti gli animali è risultata del 59%, diminuita dopo 60 giorni a circa il 33%. L’area vitale media è stata di circa 9 ha per le brigate non sottoposte a controllo radiotelemetrico, di oltre 150 ha per l’unica brigata dotata di radio trasmittente. L’uso dell’habitat non si discosta da quello rilevato in altre aree di studio italiane. Sono state osservate dispersioni di maschi spaiati fino a 7 km in linea d’aria. Ad un anno dall’immissione la sopravvivenza delle starne liberate è risultata pressochè nulla (0,2%).  
Il principale fattore di mortalità è stato individuato nella predazione da parte della volpe. L’incidenza è stata tale da rendere irrilevante l’azione di altri fattori. 
Tentativi di costituzione di nuclei stabili, con risultati quasi mai soddisfacenti, sono stati effettuati regolarmente da numerose aziende faunistiche e da ambiti territoriali di caccia. Degno di nota è il programma di reintroduzione messo in atto nell’Azienda faunistico-venatoria "Ca’ Domenicali" in provincia di Bologna con la supervisione dell’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, utilizzando la tecnica del rilascio di brigate frutto della riproduzione naturale di coppie mantenute in piccoli parchetti a terra (lunghezza m. 3, larghezza m. 2, altezza m. 1.5) disseminati sul territorio dell’Azienda. Tale metodologia ha mostrato che è possibile ottenere un buon successo di immissione, inteso come numero di giovani emancipati per coppia riproduttrice, mentre il numero di coppie che si è riprodotto con successo in libertà è risultato assai variabile e non  sufficiente a dar vita ad una popolazione in grado di autosostenersi senza ulteriori rilasci. 
Programmi di reintroduzione della starna sono stati condotti anche in altre regioni, come quello realizzato negli anni ‘80 dalla regione Lombardia in un comprensorio di circa 10.000 ha. situato nelle colline dell’Oltrepò pavese, procedendo nell'arco di 2 anni (1983/84) all'immissione di 1333 starnotti di allevamento e utilizzando la metodologia recentemente descritta. A partire dal 1983 nell'area in oggetto è stata vietata la caccia alla Starna, mentre è stata regolarmente consentita quella alla restante selvaggina stanziale. Nel complesso il programma ha avuto un buon successo, fornendo nel contempo una serie di importanti dati e indicazioni sulla biologia e sulla possibile dinamica di popolazioni introdotte (Meriggi e Prigioni, 1985; Meriggi et al., 1985, 1992).  
In provincia di Firenze l’Amministrazione provinciale ha promosso negli anni ’80 del secolo scorso un programma di studio e sperimentazione che ha visto il coinvolgimento di vari gruppi di lavoro. In precedenza Casanova (1984) nella stessa area aveva valutato l’efficacia del metodo della cova artificiale utilizzando gallinelle di piccola taglia, con buoni risultati. 
Per quanto riguarda il prelievo venatorio, se correttamente dimensionato e condotto, può teoricamente essere compatibile con la conservazione di popolazioni naturali di sufficiente consistenza, tuttavia, considerato lo stato critico di conservazione che caratterizza la Starna a livello nazionale, oltre che regionale, sarebbe necessaria la cessazione del prelievo, almeno fino a quando non si fosse ottenuta la ricostituzione di popolazioni stabili e autosufficienti. Peraltro, al contempo, potrebbe essere ammessa la gestione della specie limitatamente ad altre attività connesse con la pratica venatoria (ad es. addestramento cani da ferma).  
Nell’ottica di un possibile piano di recupero della specie nel territorio regionale, sarebbe inoltre auspicabile la realizzazione di un programma di monitoraggio finalizzato alla conoscenza dello status complessivo, e in particolare alla identificazione delle popolazioni presenti in grado di mantenersi nel tempo in modo autonomo. Nel caso della Starna, ancora più che per altre specie, risulta estremamente importante, nell’ambito di una strategia di recupero a medio-lungo termine, la realizzazione e il mantenimento per adeguati periodi di una rete di aree protette con adatte caratteristiche ambientali, in grado di garantire la conservazione di un certo numero di nuclei autosufficienti.  
In ogni caso, il prelievo venatorio dovrebbe essere realizzato solo dopo avere raggiunto una buona conoscenza dei principali parametri (densità, produttività, dinamica, ecc.) che caratterizzano la popolazione oggetto di gestione. A tale fine è fondamentale il suo monitoraggio regolare attraverso adeguate tecniche di censimento o stima.   
Le tecniche utilizzabili per il conteggio primaverile delle coppie e per quello estivo o autunnale delle nidiate variano in funzione delle condizioni locali. Una descrizione delle tecniche consigliate per la Starna si trova in Cocchi et al. (1993), cui si rimanda per informazioni di dettaglio. Durante il periodo primaverile, in zone pianeggianti o leggermente ondulate, prevalentemente coltivate a cereali, con scarsa vegetazione naturale ed elevata densità di coppie (>8/100 ha.), è possibile, se l’area è di modeste dimensioni, effettuare battute esaustive suddividendo l’area in porzioni di forma all’incirca rettangolare. In questo modo si stima sia necessaria la presenza di 20-30 battitori per 4 ore ogni 500 ha. Nel caso in cui l’area da coprire risulti di ampie dimensioni, per ottenere un dato estrapolabile occorre censire con lo stesso metodo un campione pari all’incirca al 40% del totale. In aree con bassa densità di coppie (< 5/100 ha.) si può utilizzare la raccolta di informazioni e dati presso agricoltori o altri referenti attendibili, in modo da raggiungere una stima attendibile della consistenza minima. In condizioni ambientali caratterizzate da una presenza non trascurabile di macchie boscate e altre tipologie di vegetazione naturale è possibile adottare il metodo dell’ispezione degli elementi lineari del paesaggio, che fornisce una consistenza stimabile in circa i 2/3 di quella reale. Indici relativi di abbondanza, che permettono solo un confronto tra aree e anni diversi, possono essere ottenuti con percorsi lineari di varia lunghezza da effettuarsi con autoveicoli ecc. Il conteggio estivo o autunnale delle nidiate, fondamentale per la valutazione del successo riproduttivo, risulta abbastanza agevole dopo la mietitura dei cereali e prima della aratura, in genere percorrendo i bordi delle stoppie al mattino presto e prima del tramonto con autoveicoli fuoristrada. E’ indispensabile ottenere un campione di nidiate pari almeno al 30% delle coppie censite, su cui viene calcolato il rapporto giovani/femmine adulte, attraverso il quale si può stimare un indice di riproduzione per femmina presente in primavera.  
La corretta quantificazione del prelievo di una popolazione selvatica è un argomento complesso e in parte controverso che, in generale, richiede una buona conoscenza dei suoi parametri fondamentali (produttività, fattori di mortalità, ecc.). In considerazione della difficoltà di rispettare in modo esaustivo tutte le assunzioni previste, a fini venatori sono state proposte formule semplificate specie-specifiche per il calcolo della quota prelevabile. 
Una formula che permette di calcolare il prelievo annuale possibile su una popolazione di starne è stata proposta da Birkan (1979):  
 
 
 
dove:  
 
P = % di individui prelevabile 
r = tasso % di sopravvivenza degli adulti dalla primavera all’inizio del prelievo 
s = tasso % annuale di sopravvivenza degli adulti  
J = rapporto giovani/adulti all’inizio della stagione venatoria 
u = tasso % di mortalità accessorio correlato al prelievo animali feriti, uccisi e non recuperati 
a = rapporto maschi/femmine in primavera 
x = densità di coppie 
 
Una semplificazione della formula è stata proposta da Potts (1986):  
 
 
 
dove:  
 
A = consistenza della popolazione nella tarda estate  
Un metodo speditivo di calcolo del prelievo annuale proporzionato all’incremento utile della popolazione è stato proposto da Birkan e Jacob (1988): 
N° di capi prelevabile = (N° di juv/femmina in primavera - 2) N° di coppie censite. 
Gli stessi autori sottolineano inoltre l’opportunità di sospendere il prelievo quando il N° di juv/femmina in primavera risulta inferiore a 2,1. 
 
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