Regione Emilia-Romagna 
ASSESSORATO AGRICOLTURA, ECONOMIA ITTICA, ATTIVITA' FAUNISTICO-VENATORIE.
Indice generale______________________
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Ungulati
 
Premessa
A circa quarant’anni dalla ricomparsa degli Ungulati in Emilia-Romagna, il quadro ricavabile dall’analisi dei Piani Faunistico-Venatori Provinciali é senza dubbio migliorato rispetto ad un decennio fa. Oggi gli areali di distribuzione ricostruiti sono in genere più vicini alla realtà, anche se non sempre è chiara la distizione tra insediamenti stabili e avvistamenti di individui in dispersione o erratismo. Più delicata resta la stima delle consistenze numeriche, anche per specie sottoposte regolarmente a censimenti standardizzati.  
Le mappe predisposte per le diverse specie e le stime sono aggiornate al 2006-2009.
 
Cenni storici
In epoca storica le specie autoctone di Ungulati sono in Emilia-Romagna tre: il cinghiale, il cervo e il capriolo. Altre specie come il camoscio, l'uro e l'alce si erano estinte probabilmente agli inizi dell'Olocene (Benedetto Sala, comunicazione personale; cfr Masseti 2003). Altre specie, come il daino e il muflone, sarebbero giunte molto più tardi portate dall'uomo. La regione offriva una notevole varietà d'ambienti adatti sia al cinghiale e al cervo, legati alle foreste mature, sia al capriolo, legato alle boscaglie e agli ecotoni. Il declino degli Ungulati in Emilia-Romagna ebbe inizio già nel tardo Medioevo, in coincidenza dei disboscamenti dell'alta pianura e della bassa collina. La fine del Medioevo e l'inizio del Rinascimento videro l'introduzione in molti parchi nobiliari del daino, specie ornamentale di origine anatolica, oggetto di facili cacce. Con l'aumento della popolazione umana, la diffusione del pascolo brado e la riduzione progressiva delle aree boscate, i diversi Ungulati autoctoni contrassero via via i propri areali e contingenti per rifugiarsi in prevalenza nelle aree montane, nei parchi nobiliari e in boschi planiziali protetti da paludi. Intorno alla fine del XVIII secolo scomparvero quasi completamente anche dagli ultimi rifugi (Mattioli 1994). Tra i pochissimi nuclei superstiti agli inizi del XIX secolo restavano quelli di cervo e capriolo del Gran Bosco della Mesola (Ferrara), quelli di cervo, capriolo e cinghiale del Bosco della Saliceta (Modena), oltre a quello di capriolo dell'Alto Forlivese (Foreste Casentinesi). Nel 1849 tutti gli Ungulati del Bosco della Saliceta presso S. Felice sul Panaro furono sterminati dai bracconieri (Torelli e Turco 1980). Al XIX secolo risalgono alcuni episodi importanti di reintroduzione e introduzione. Forse già intorno al 1840 l'ispettore forestale Karl Simon (italianizzato in Carlo Siemoni), chiamato dal Granduca di Toscana Leopoldo II ad amministrare le foreste del Casentino, reintrodusse il cervo e introdusse il daino. Intorno al 1870 introdusse il muflone, specie sardo-corsa ma di origine anatolica, fondando il primo nucleo completamente libero dell'Europa continentale (cfr Crudele 1988); la notizia di un'immissione più antica, risalente al 1780 (Tomiczek e Türcke 1995), è destituita di fondamento. A partire dal 1892, nel parco dei Carrega nella collina parmense fu reintrodotto il capriolo, probabilmente utilizzando soggetti di origine balcanica (Perco e Calò 1995). Intorno agli inizi del XX secolo scomparve il capriolo dal Gran Bosco della Mesola. Agli anni '30 risalgono un episodio di reintroduzione del capriolo nell'Alto Parmense e uno di ripopolamento sempre della stessa specie nel Casentino toscano (Mattioli 1994, Mattioli L. et al. 1995). Terminato il secondo conflitto mondiale e superato il dopoguerra, restavano in tutta la regione solo un piccolo contingente di caprioli (forse appena una trentina, forse una cinquantina) nel Casentino e una decina di cervi alla Mesola. Con gli anni '50 ebbe inizio una nuova epoca per gli Ungulati, grazie soprattutto all'iniziativa del Corpo Forestale dello Stato nelle Foreste Demaniali appenniniche della confinante Toscana. Ricordiamo l'immissione di 4 cervi, 23 caprioli, 22 daini, 10 mufloni, 4 cinghiali nell'Alto Pistoiese tra il 1954 e il 1960 (Premuda 1975; Gioffredi 1992 in litteris), il rilascio di 11 cervi, 4 caprioli, 48 daini, 6 mufloni nel Casentino tra il 1950 e il 1964 (CFS Pratovecchio, Crudele in Padula e Crudele 1988), l'immissione di 8 cervi, 28 caprioli, 4-5 mufloni nell'Alta Garfagnana tra il 1966 e il 1970 (Poggi 1992 in litteris), l'introduzione di 9 daini in Val Tiberina nel 1964 (Casini et al. 1988). I caprioli reintrodotti nell’Alta Garfagnana erano in parte di origine alpina e in parte di ceppo italico (Capalbio) (Masseti 2004). Nell'Alto Parmense (Lagdei e zone vicine) tra gli anni '50 e '60 immissioni a cura di comitati venatori, rilasci e fughe da recinti della Forestale diedero origine ad un'ulteriore popolazione di caprioli. Alla seconda metà degli anni '50 pare risalgano anche rilasci di cinghiali da parte di gruppi di cacciatori nell'Alto Piacentino. Dal 1957 al 1965 venne introdotto nuovamente il daino nel Gran Bosco della Mesola. Con la fine degli anni '60 gli Ungulati immessi in territorio toscano (soprattutto il capriolo) cominciarono ad espandere i loro areali sul versante emiliano-romagnolo. Nello stesso periodo iniziarono a diffondersi immissioni clandestine di cinghiali su tutta la fascia appenninica, un fenomeno divenuto capillare negli anni '70. Al 1977 risale un'inchiesta nazionale svolta dal Corpo Forestale dello Stato che fotografa tra l'altro la presunta situazione distributiva degli Ungulati sul territorio dell'Emilia-Romagna. Il cinghiale risultava presente in 48 comuni di 7 province, il capriolo in 35 comuni di 6 province, il cervo in 4 comuni e 2 province, il daino in 17 comuni e 6 province, il muflone in 11 comuni e 4 province (Pavan e Mazzoldi 1983). Più che un quadro obiettivo, l'inchiesta fornisce una descrizione delle presenze come venivano percepite dai Forestali e dai loro collaboratori in quel periodo. Inevitabilmente contiene diverse imprecisioni, come il cervo segnalato libero a Frassinoro, ma non nell'alto Bolognese e il daino menzionato per il comune di Ravenna.  
La seconda metà degli anni '70 e tutti gli anni '80 corrispondono ad una grande espansione territoriale e numerica del cinghiale, sostenuta da continui ripopolamenti. Inizialmente la specie estese il proprio areale a tutta la fascia montana della regione, dal Piacentino al Forlivese (circa 5.500 kmq); nel 1990 si era reinsediato stabilmente anche in tutta la fascia alto-collinare, per un totale complessivo di forse 9.000 kmq.  
Quanto al capriolo, che intorno al 1970 era presente solo nell'Alta Val Parma (Appennino Parmense Orientale), nei Boschi di Carrega e nell'Alto Forlivese, dal 1975 ha cominciato una lenta ma continua espansione territoriale, a partire da quattro principali punti d' irraggiamento: Alto Parmense, Garfagnana-Alto Reggiano, Alto Pistoiese-Alto Bolognese, Mugello-Casentino-Alto Forlivese. Nel 1980 il capriolo abitava un ampio areale discontinuo dal Parmense orientale al Riminese occidentale; nel settore orientale della regione era già presente in parte della fascia collinare, mentre in quello centro-occidentale occupava solo territori appenninici. Nel successivo decennio si assistette ad un ulteriore ampliamento distributivo del capriolo fino a formare un areale continuo dal Parmense a S. Marino, che occupa tutta la fascia appenninica e buona parte di quella collinare. Ad una notevole espansione territoriale non è corrisposto un incremento numerico adeguato e una stabilizzazione complessiva dei contingenti: il randagismo canino, il bracconaggio, il disturbo causato da alcune forme di caccia, hanno inciso localmente sulle densità. Fa eccezione soprattutto il Forlivese, dove il capriolo ha potuto affermarsi anche grazie alle vaste aree demaniali, in grado di fungere sempre da sicuri serbatoi, capaci di garantire un continuo apporto di esemplari in dispersione.  
Gli anni '80 coincisero anche con la significativa espansione di due nuclei appenninici di cervo, fino ad allora circoscritti alle zone di reintroduzione sul versante toscano: l'ampliamento d'areale è stato piuttosto graduale perchè rallentato dal forte legame ai quartieri riproduttivi tradizionali.  
Il ritorno degli Ungulati in Emilia-Romagna, avviato da episodi di reintroduzione, introduzione e ripopolamento a partire dagli anni '50, fu senza dubbio facilitato dai processi di rinaturalizzazione dell'ambiente seguiti all'abbandono della montagna da parte dell'uomo (cfr Apollonio 1996).
 
Introduzione
La graduale ricomparsa degli Ungulati in Emilia-Romagna ha indubbiamente rappresentato un notevole arricchimento del patrimonio faunistico regionale, introducendo nel contempo nuove e complesse problematiche.  
La prima fase di ricolonizzazione e affermazione di specie come il cinghiale e il capriolo, ha colto impreparati un po' tutti, dal mondo della ricerca scientifica, alle popolazioni locali e agli amministratori: si è trattato di un periodo caratterizzato spesso da improvvisazione e da interventi scoordinati, privi oltretutto di adeguati contenuti tecnici. L'atteggiamento popolare di fronte al ritorno degli ungulati andava spesso dall'aperto disinteresse alla decisa insofferenza, come si trattasse di presenze estranee e sgradevoli. Lo sviluppo inizialmente disordinato della caccia al cinghiale, il fenomeno tutt'altro che marginale del bracconaggio e lo stesso randagismo canino, sono chiare spie di un rapporto mal costruito con gli ungulati, visti da alcuni non come un bene da preservare, gestire e valorizzare, ma risorse da sfruttare nei tempi brevi per rapidi profitti. Alla delicata fase iniziale ne è seguita una di progressiva presa di coscienza del problema, per lo meno a livello di autorità competenti e operatori del settore, con l'abbozzo delle prime strategie e delle prime episodiche risposte operative: è il periodo delle prime indagini faunistiche, dei primi corsi di formazione, censimenti, catture e prelievi selettivi sperimentali. Nel 1980 il Corpo Forestale dello Stato promosse lo studio per la conservazione e gestione del cervo della Mesola, con le prime catture e i censimenti in battuta. Nel 1983-85 l'Amministrazione Provinciale di Forlì curò la preparazione di un primo gruppo di guardiacaccia, cacciatori e naturalisti, seguita dai primi censimenti da punti vantaggiosi e da alcuni abbattimenti selettivi di capriolo: si trattò in assoluto dei primi prelievi di selezione svolti nella Penisola Italiana al di fuori dell'arco alpino. Nel 1990 la Provincia di Bologna organizzò un primo corso per l'abilitazione ai censimenti, seguito nel 1992 da un corso di formazione per cacciatori-istruttori e nel 1993 dai primi prelievi di capriolo e daino. Nel 1994 la Provincia di Forlì riprese i prelievi di capriolo, seguita nel 1995 da quelle di Ravenna e Parma.  
Con l'attuazione sia pure parziale della riforma venatoria voluta dalla legge quadro nazionale 157/92 e con la predisposizione del Regolamento Regionale 21/95 e dei successivi, in questi ultimi quindici anni si è aperta una fase più organica e matura di gestione attiva degli Ungulati che ci ha riavvicinato all'Europa.  
La presenza di consistenti popolazioni di Ungulati nelle colline e montagne della regione in ambienti più o meno antropizzati e le loro possibili interazioni con le attività umane, rendono inevitabile una gestione di tipo attivo, fatta di scelte, programmazione, strutture organizzative, interventi concreti, e capace anche di prevedere e prevenire i problemi.
 
Obiettivi generali
A breve-medio termine l'obiettivo fondamentale è mettere a regime il sistema, migliorando ulteriormente le procedure gestionali e generalizzandole su tutto il territorio vocato, attuando in ogni sua parte l'ottimo Regolamento regionale e seguendo le linee guida della nuova Carta Regionale delle Vocazioni Faunistiche.  
Di pari passo vanno migliorate le conoscenze di base, raccogliendo con maggiore sistematicità informazioni sugli areali distributivi, ampliando dove necessario le superfici censite, archiviando metodicamente e analizzando i dati censuari e biometrici, avviando indagini scientifiche.  
Va inoltre migliorata la preparazione del personale coinvolto nella gestione, a tutti i livelli, anche attraverso conferenze e corsi d'aggiornamento. Vanno eventualmente previste periodiche prove di tiro per i selecacciatori, come in uso in molte parti d'Europa.  
Il successo reale della gestione faunistico-venatoria degli ungulati passa attraverso il radicamento degli operatori sul territorio: fondamentale è stato creare ovunque distretti per ungulati, fissare le squadre di cinghiali a territori delimitati, legare i selecacciatori alla propria zona di censimento e prelievo, istituire punti di controllo dei capi abbattuti, diffondere la pratica della girata. E’ andata via via migliorando la struttura organizzativa sul territorio, una buona intesa tra Commissione Tecnica, referenti di distretto, coordinatori di zona di censimento, capi-cinghialai ed altre figure gestionali.  
Vanno affinate le metodiche tradizionali di censimento, più complesse di quanto normalmente venga ritenuto, sia a livello logistico, sia a livello interpretativo. Su aree campione, andrebbero sperimentate anche altre tecniche standard di conteggio (censimento in battuta ecc).  
Una volta migliorate le tecniche e l'organizzazione sul territorio, si potranno più efficacemente mettere in atto le strategie gestionali di fondo. Si tratta in sostanza di puntare ad un riequilibrio delle presenze faunistiche, attraverso una precisa pianificazione. Dopo anni di sviluppo piuttosto disordinato, individuati alcuni obiettivi prioritari a carattere generale, come ad esempio lo stretto controllo del cinghiale, la stabilizzazione del capriolo nei territori vocati, il contenimento del daino, questi vanno seguiti mediante una attenta programmazione delle densità.  
E' importante che ogni fase di pianificazione e realizzazione delle linee gestionali segua un alto profilo tecnico, assolutamente fondamentale quando si ha a che fare con gli ungulati, senza alcuno spazio per fretta, improvvisazione e faciloneria. Questo significa seguire le indicazioni contenute nella letteratura specialistica, nei documenti tecnici, nei piani provinciali e nella Carta delle Vocazioni e servirsi della supervisione di faunisti preparati.   
Con l'inizio dei censimenti, dei prelievi selettivi e dei rilievi biometrici dei capi abbattuti, negli anni scorsi si è incominciato a raccogliere dati di estrema importanza, che permettono ad esempio di conoscere gli sforzi di caccia, di stimare le consistenze, di delineare il rendimento e lo stato di salute delle popolazioni di ungulati. Non sempre in passato si è percepita la rilevanza del materiale raccolto, che andava archiviato, elaborato, analizzato, integrato, comparato. La presenza di un numero così elevato di istituti interessati alla gestione degli ungulati su scala regionale, aumenta notevolmente il rischio di dispersione e mancato utilizzo dei dati raccolti. Diventa quindi fondamentale un'attenzione delle Amministrazioni Provinciali a uniformare le metodologie di raccolta e un impegno ad esigere a fine annata venatoria copia di tutto il materiale, per lo meno in forma riepilogativa (per il capriolo e il daino per lo meno i dati consuntivi del numero di capi abbattuti, ripartiti in classi di sesso e d'età; per il cinghiale almeno gli abbattimenti totali per distretto e istituto). Come accade in altre parti d'Europa, si dovrebbe arrivare ad una archiviazione centralizzata dei dati censuari, venatici e biometrici, con pubblicazione annuale dei consuntivi. In tal senso le procedure per l’immissione dei dati nella banca dati sulla gestione degli Ungulati predisposta dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ex INFS) debbono costituire il modello di riferimento. Solo così è possibile avere un quadro reale complessivo e aggiornato della situazione e dei problemi.  
E sempre su scala provinciale e regionale andrebbero previsti periodici aggiornamenti degli areali distributivi. Le revisioni, per lo meno a cadenza biennale, si rendono necessarie data la situazione ancora fluida, non stabilizzata, con espansioni ma anche contrazioni degli areali.  
L'inizio di una fase più matura della gestione degli ungulati non può non essere accompagnata da un adeguato impegno nella ricerca scientifica applicata. Solo attraverso lo strumento della ricerca è possibile avere risposte chiare e approfondite ai problemi gestionali attuali e futuri. Basti pensare all'indagine iniziale sul cervo dell'Acquerino (1994-96), che ha consentito di delineare i contorni del fenomeno e di gettare le basi per un programma oculato di gestione. Le indagini dell’INFS sul capriolo nell’alto Forlivese e sul cinghiale nell’Appennino Bolognese sono stati molto importanti per trovare adeguate soluzioni a problemi gestionali.  
Il monitoraggio dei capi abbattuti permette innanzitutto la predisposizione di studi di biometria, fondamentali per ricostruire l'accrescimento corporeo e valutare gli adattamenti all'ambiente e le condizioni fisiche delle diverse popolazioni di ungulati. Accanto ad analisi di routine, circoscritte ad alcune misure principali (peso eviscerato, lunghezza del garretto, lunghezza della stanga) vanno previsti esami più approfonditi in grado di fornire quadri fini e completi. E' necessario naturalmente standardizzare le metodologie (cfr Langvatn 1977 b, Mattioli e De Marinis 2009) e curare attentamente la preparazione dei rilevatori.  
Un altro sviluppo del monitoraggio dei capi abbattuti consiste nello studio della biologia riproduttiva, attraverso l'analisi delle ovaie e degli uteri (conteggi dei corpi lutei e dei feti). L'esame della produttività potenziale consente di conoscere meglio le caratteristiche demografiche delle popolazioni considerate e quindi, per esempio, di modulare più correttamente i prelievi.  
Un filone di ricerca estremamente valido è rappresentato dalla telemetria, che consente di delineare l'organizzazione spaziale, l'uso dell'habitat, i ritmi di attività e la mobilità degli animali. Il radio-tracking risulta particolarmente indicato per il cervo, dato l'insolito areale "pulsante" (cioè con espansione in inverno-estate e forte contrazione in autunno) e più in generale la forte mobilità, soprattutto nella fascia montana. La radiotelemetria è stata importante per studiare l’impatto del cinghiale sul territorio, l’influsso delle attività antropiche sui movimenti della specie e quindi per meglio programmare l’ampiezza dei distretti di gestione e le attività di braccata (Scillitani et al.. 2010).  
Accanto alle figure gestionali impegnate sul territorio nei distretti, è fondamentale il contributo degli istruttori faunistico-venatori, dei tecnici faunistici e dei biologi della fauna selvatica. Gli istruttori e i tecnici faunistici hanno sia compiti formativi, attraverso i corsi di base, sia di pianificazione, attraverso il lavoro delle commissioni tecniche, impegnate ad applicare il regolamento regionale. I tecnici devono supervisionare i censimenti, formulare i piani di prelievo e sovraintendere ai monitoraggi. Al biologo della fauna selvatica vero e proprio vanno demandate le analisi più fini, i progetti di ricerca applicata e i corsi di specializzazione.
 
Le fasi della gestione
Organizzazione territoriale 
L'efficacia della gestione è almeno in parte legata alla suddivisione del territorio in zone di dimensioni idonee. L'ampiezza delle unità gestionali deve tendere ad adeguarsi alle esigenze spaziali (spazi vitali, mobilità) di popolazioni discrete delle diverse specie di ungulati. Il regolamento regionale chiama l’unità gestionale "distretto", e lo prevede valido per tutti gli Ungulati presenti escluso il cervo. Se in un comprensorio vive prevalentemente il capriolo, dotato di spazi vitali limitati e di comportamento territoriale estivo, è necessario prevedere distretti tendenzialmente piccoli. Se in un comprensorio è presente prevalentemente il cinghiale, caratterizzato da spazi vitali medio-grandi e di buona mobilità, si possono proporre distretti di dimensioni medio-ampie. Dove esistono contemporaneamente più ungulati da gestire, è consigliabile predisporre distretti di ampiezza media, suddivisi in aree di censimento e prelievo confacenti alle diverse specie. Per la gestione del cervo sono previsti speciali distretti di grandi dimensioni coordinati tra loro all’interno di un ampio comprensorio.  
Il futuro prossimo della gestione faunistico-venatoria degli Ungulati continuerà a dipendere in gran parte dall'effettiva organizzazione territoriale dei distretti degli ATC, con suddivisione dei compiti e delle responsabilità gestionali e con radicamento dei cacciatori alla propria zona di caccia.  
Una figura centrale è rappresentata dal referente di distretto. Egli mantiene i rapporti da una parte con il Comitato Direttivo e la Commissione Tecnica dell'ATC, dall'altra con le squadre dei cinghialai, i selecacciatori e il mondo agricolo. Collabora strettamente con la Commissione Tecnica per l'organizzazione dei censimenti, la dislocazione dei punti di controllo dei capi abbattuti, l'informazione dei cittadini sui tempi, luoghi e modalità delle braccate al cinghiale. Effettua sopralluoghi per la verifica dei danni, coordina sul territorio gli interventi di controllo d'intesa e sotto le direttive dell'Amministrazione Provinciale. Un ruolo di rilievo hanno i coordinatori di zona di censimento: organizzano le uscite di censimento (fissando le date, documentando le presenze, raccogliendo le schede di censimento) e forniscono una prima analisi dei risultati complessivi.  
I capisquadra cinghialai sono responsabili della corretta esecuzione delle braccate della propria squadra. Curano la compilazione dei registri di braccata, riportando i nominativi dei partecipanti, registrando i capi abbattuti (ripartiti secondo il sesso e la classe d'età) e i relativi dati biometrici. Curano anche la preparazione delle mandibole, che potranno essere chieste per verifiche dalla Commissione Tecnica. Collaborano con gli agricoltori della zona e intervengono nel predisporre misure di prevenzione dei danni. A fine annata forniscono un consuntivo dei capi prelevati e delle attività svolte.  
I selecacciatori partecipano alle operazioni gestionali, a partire dai censimenti. Devono essere presenti alle riunioni preparatorie dei censimenti e alla riunione di consegna dei cartellini relativi ai capi assegnati. Devono presentare entro 12 ore le spoglie del capo abbattuto al centro di controllo per le verifiche e i rilievi biometrici. Devono consegnare entro poco tempo l'emimandibola alla Commissione Tecnica e prestare l'eventuale trofeo per valutazioni e mostre. Ogni distretto dovrebbe essere dotato di almeno 1-2 conduttori di cane da traccia per il recupero dei capi feriti, coordinati da un "Servizio di recupero a livello provinciale".
 
Studi di vocazionalità, catasto ambientale e programmazione delle densità 
La Carta Regionale delle Vocazioni Faunistiche fornisce un'analisi su grande scala dell'idoneità ambientale per le diverse specie di Ungulati. Questo permette una programmazione gestionale generale, per grandi comprensori, in cui è possibile individuare fasce omogenee di vocazionalità. Il passo successivo è l'analisi del territorio su scala medio piccola, a livello di distretto e di zona di censimento e prelievo, con un grado di definizione maggiore. La valutazione della ricettività permette di pianificare le densità ammissibili.  
E' innanzitutto consigliabile partire da una cartografia informatizzata, anche nelle versioni più semplici e accessibili. Con l'aiuto di carte dell'uso del suolo aggiornate, di carte dei boschi ed eventualmente di foto aeree, va predisposto un catasto ambientale del distretto.  
Una volta realizzato il catasto ambientale, è possibile tentare una valutazione della vocazionalità del territorio, analizzando l'estensione e la distribuzione delle principali tipologie ambientali. La stima della ricettività potenziale del territorio nei confronti dei diversi Ungulati presupporrebbe la conoscenza non solo delle preferenze ambientali delle singole specie, ma anche delle produttività primaria o della biomassa accessibile dei diversi micro- e macro-ambienti. In mancanza di indagini sulla produttività ambientale, un primo approccio potrebbe essere l'applicazione di uno dei modelli classici di valutazione. Per il capriolo esistono ad esempio i protocolli di Ueckermann, Müller, De Nahlik, Felettig; il modello di Ueckermann, messo a punto nel 1952, è stato recentemente riproposto in forma moderna applicato al GIS (Radeloff 1996). In realtà si tratta in tutti i casi di protocolli empirici abbastanza macchinosi, per di più elaborati per adattarsi a contesti ambientali piuttosto diversi dai nostri. Un secondo approccio potrebbe essere l'applicazione di modelli più semplificati, come quelli da noi elaborati e presentati in appendice; si tratta di modelli che riconoscono classi di idoneità relativa (tre livelli di vocazionalità, elevata, media e bassa) e che prendono in considerazione solo alcuni elementi ambientali principali (frammentazione o compattezza del bosco, presenza di aree di pascolo, ecc). La semplificazione dei protocolli di valutazione è giustificata anche dallo scopo eminentemente operativo, pratico, dell'intera procedura, vale a dire stimare a grandi linee la ricettività di un'area e pianificare di conseguenza i livelli di densità tollerabili. Per determinati comprensori è possibile sperimentare protocolli più fini, analizzando qualitativamente e quantitativamente le disponibilità alimentari presenti in ogni microambiente; ma si tratta di approfondimenti consigliabili eventualmente in una seconda fase gestionale.  
In tema di pianificazione delle presenze di Ungulati, il regolamento regionale 21/95 introduceva per la prima volta due concetti importanti, la densità agro-forestale e la capacità portante. Si tratta di due concetti molto diversi tra loro. Il primo è mutuato dall'esperienza gestionale mitteleuropea e corrisponde alla "wirtschaftlich tragbare Wildichte" dei tedeschi e alla "densitè économiquement supportable " dei francesi. Si può definire come la soglia di densità oltre la quale sono osservabili sensibili danni alle colture agrarie e forestali. Come si può comprendere vuole essere un concetto di tipo eminentemente operativo; ma se darne una definizione è facile, determinarla per i diversi comprensori è molto difficile. Si pensi ad esempio al caso di una certa soglia agro-forestale decisa per il capriolo, valida per alcune colture più diffuse e resistenti, ma non per altre più sensibili alla pressione di pascolo. Inoltre non pochi studi hanno confermato come spesso l'intensità del danno non sia correlata alla densità (Reimoser 1996). Il secondo concetto introdotto dal regolamento deriva dalla letteratura ecologica ed in realtà ha più di una valenza (McCullough 1992): nel suo significato primario corrisponde al livello massimo che una popolazione può raggiungere e mantenere in un determinato ambiente. Se quindi la densità agro-forestale rappresenta una soglia di tollerabilità socio-economica, un indice "antropocentrico", la capacità portante rappresenta una soglia biologica (più precisamente demo-ecologica). Nella gestione faunistica è però utile dare alla capacità portante un significato più operativo, fino a farlo coincidere con il concetto di "densità biotica" ("biotisch tragbare Wilddichte" dei tedeschi), intesa come soglia di densità oltre la quale la popolazione di ungulati in oggetto mostra segni di declino fisico. La determinazione di classi di densità agro-forestale diventa impellente nelle aree maggiormente interessate da colture, mentre la fissazione di classi di densità biotica è consigliabile soprattutto per i comprensori ad elevato grado di naturalità.  
In concreto, per una pianificazione delle densità ammissibili è necessario immaginare un approccio per tentativi e approssimazioni graduali, attraverso verifiche periodiche e sperimentazioni. Solo l'esperienza accumulata potrà dirci se i livelli proposti oggi hanno reale validità nei nostri ambienti.
 
Censimenti 
Per il capriolo e il daino si fa riferimento soprattutto al censimento tradizionale da punti vantaggiosi con mappaggio (Mayle et al. 1999; si veda il protocollo ISPRA).  
Per il cervo, in ambiente montano e ad alto coefficiente di boscosità, si può ricorrere al censimento al bramito, una tecnica sperimentata negli anni '70 in Norvegia (Langvatn 1977 a) e perfezionata in Italia peninsulare (Casentino) a partire dal 1988 (Mazzarone et al. 1991). La tecnica è stata valutata mettendone a confronto i risultati con quelli di altri metodi di censimento (conteggio in battuta, Dzieciolowki et al. 1996; conteggio delle fatte, Lovari et al. 2007); si veda comunque Ciucci et al. (2009) per un giudizio critico.  
Questo metodo di censimento si sviluppa in due momenti distinti: il conteggio notturno autunnale dei maschi bramenti (tramite ascolto da punti fissi e triangolazione) e la ricostruzione della struttura demografica mediante sessioni di avvistamento durante il corso dell'anno (perlomeno da luglio a dicembre). Se si arriva a determinare il numero di maschi in bramito (cioè i maschi adulti) e a stimare la percentuale dei maschi adulti nella popolazione, è possibile giungere ad una valutazione affidabile delle dimensioni della popolazione.  
Il censimento al bramito richiede l'impiego di personale tecnico specializzato perlomeno nella fase di elaborazione dei dati. Le sessioni notturne di ascolto durano 3 ore e interessano superfici campione di 1000-3000 ha, con una densità di almeno 0,8-0,9 punti fissi per ettaro, distribuiti strategicamente nei punti più favorevoli della montagna dal punto di vista acustico. Ogni anno si dovrebbero raccogliere almeno 400 avvistamenti complessivi, cercando di coprire omogeneamente l'areale perlomeno da luglio a dicembre. Per giungere a stime totali è necessario conoscere l'estensione dei quartieri riproduttivi: si devono quindi tenere sotto controllo le zone periferiche dell'areale autunnale per verificare annualmente, attraverso la presenza di bramiti, eventuali ampliamenti. Il censimento al bramito non è applicabile in presenza di piccoli nuclei, data la scarsa attività vocale in presenza di un numero modesto di maschi adulti.  
Il censimento al bramito, ove l’indice di boscosità non sia troppo elevato, potrebbe essere affiancato dal censimento classico primaverile da punti vantaggiosi, utilizzando i dati raccolti in un numero rappresentativo di zone di censimento, di estensione appropriata alla specie. In ambiente montano, con la grande mobilità dei cervi al pascolo, l’interpretazione dei dati del censimento primaverile al primo verde è piuttosto delicata; per evitare il rischio di conteggi multipli è consigliabile terminare il conteggio dopo un’ora e mezzo. Naturalmente i risultati del censimento non possono essere estrapolati al territorio non sottoposto a conteggi.   
Ad ogni modo il censimento al bramito andrebbe affiancato, ove possibile, da altri sistemi in grado di fornire indici d’abbondanza indipendenti per verificare l’affidabilità della tecnica principale.  
E’importante che i dati censuari relativi alle diverse specie di Ungulati presenti in una determinata zona di censimento vengano sempre conservati anno dopo anno; la serie storica è estremamente importante e permette di delineare la dinamica di popolazione.  
L'analisi dei risultati del censimento dovrebbe prevedere per ogni area un riassunto dei dati principali per specie presente: densità per superficie utile, densità per superficie boscata, rapporto sessi, rapporto piccoli/femmine (incremento utile annuo o reclutamento post-invernale). Data la compresenza di diverse specie di Ungulati, è importante farsi un'idea del carico complessivo, un dato che serve a valutare la suscettibilità al danno dell'area censita. Si tratta di stimare la biomassa totale di ungulati per kmq. Per semplificare i calcoli si possono attribuire i seguenti pesi di riferimento per le diverse specie (che rappresentano in prima approssimazione il peso medio di un esemplare di qualsiasi età e peso): 100 kg per il cervo, 55 kg per il daino, 50 kg per il cinghiale, 30 kg per il muflone, 25 kg per il capriolo.
 
Piano di prelievo: teoria e prassi 
Il prelievo venatorio sugli Ungulati si distingue per l'importanza data alla programmazione, a partire dai censimenti e alla formulazione del piano d'abbattimento.  
In genere il prelievo si inserisce in una strategia complessiva di conservazione delle specie oggetto di caccia. Il "capitale" rappresentato dal contingente base non viene intaccato mentre vengono prelevati al massimo gli "interessi", costituiti dall'incremento utile annuo (o reclutamento post-invernale), cioè l'incremento della popolazione a fine inverno al netto della mortalità e delle emigrazioni. In concreto si riconoscono diverse varianti. Una strategia conservativa puo’ prevedere la stabilizzazione della consistenza sugli attuali livelli e in questo caso i tassi di prelievo seguono i presunti incrementi annui oppure puo’ prevedere una riduzione a densità più basse e quindi i tassi di prelievo sono più elevati. Dato poi che il tasso di realizzazione del piano di prelievo ben difficilmente è pari al 100% è possibile apportare piccole correzioni ai tassi di abbattimento pianificati.  
I piani di prelievo degli Ungulati si ispirano sostanzialmente al sistema classico mitteleuropeo, collaudato nell'ultimo secolo e rivisto criticamente attraverso i principi della moderna biologia della fauna selvatica. Altri modelli alternativi (si veda anche Clutton-Brock e Lonergam 1994 per il cervo) risultano non equilibrati e inapplicabili.   
Il criterio fondamentale del prelievo selettivo consiste nel mantenere una struttura di popolazione ottimale (rapporto sessi e proporzione tra classi d'età il più possibile "naturali"); è noto che una struttura sociale ben bilanciata è alla base dello stato di salute della popolazione (Bubenik 1986). Il problema fondamentale riguarda i criteri selettivi adottati: non è infatti sempre agevole discriminare correttamente le classi d’età e il più delle volte si tende a fare troppo affidamento su tratti morfologici ben visibili ma ingannevoli o fuorvianti, come i palchi o le corna (Hartl et al. 1991 e 1995). Per le possibili conseguenze di errori nel prelievo selettivo si vedano Coltman et al. (2003), Festa-Bianchet (2003) e Garel et al. (2007).  
Una logica di tipo conservativo presuppone che il prelievo venga applicato ad una popolazione solo nel caso questa possa tollerarlo senza conseguenze. La popolazione innanzitutto deve aver superato una consistenza totale minima compatibile col prelievo; deve in particolare contenere un numero di riproduttori sufficientemente ampio da garantire un buon livello di diversità genetica, indispensabile per una sopravvivenza a lungo termine. Se il principio vale per tutte le specie oggetto di prelievo, è ancor più valido per gli Ungulati, caratterizzati da sistemi riproduttivi poliginici, sistemi cioè in cui solo pochi maschi molto competitivi hanno accesso all'accopppiamento: in queste specie il divario tra popolazione totale e popolazione (geneticamente) effettiva tende ad essere elevato. Secondo i genetisti di popolazione, dovrebbero essere presenti almeno 500 riproduttori (Franklin 1980, cfr Lorenzini 1996), che nel caso degli Ungulati maggiormente poliginici corrispondono verosimilmente ad una popolazione totale di 1000-4000 capi.  
Perchè il prelievo venatorio sia tecnicamente proponibile, una popolazione di Ungulati oltre a superare una certa consistenza complessiva minima, deve presentare densità superiori a determinati livelli (soglie di abbattibilità). Per il capriolo l'INFS (oggi ISPRA) ha ribadito in più occasioni la soglia dei 10 capi per kmq riferito alla generalità del territorio montano e collinare dell’Emilia-Romagna. Per il cervo si propone qui una soglia intorno a 1,8-2 capi/kmq (calcolati su tutta la popolazione o comunque su ampie superfici).  
Una volta stabilita la compatibilità del prelievo, è possibile passare alla formulazione del piano d'abbattimento.  
Il primo passo è la scelta del tasso di prelievo, assai più delicata di quanto spesso si ritiene, legata com'è alla classe di densità, all'incremento utile annuo osservato, al rapporto sessi. Una popolazione di caprioli caratterizzata da densità di 11-12 capi/kmq va tendenzialmente sottoposta a tassi di prelievo più bassi rispetto ad una con valori di 20-25 capi/kmq. Un nucleo di caprioli che al censimento primaverile mostri un basso rapporto piccoli/femmine rispetto alla media locale degli ultimi anni, deve spingere i tecnici a ridimensionare il tasso d'abbattimento. Una popolazione di caprioli che presenti un rapporto sessi decisamente spostato in favore delle femmine, può sopportare un tasso più elevato rispetto alle altre, a pari densità. La scelta del tasso di prelievo non può quindi seguire facili automatismi, riproducendo acriticamente i protocolli mitteleuropei, datati e in via di revisione anche nei paesi d’origine.  
Nella ripartizione del prelievo secondo il sesso e le classi d'età, il ricorso ai modelli classici del Centroeuropa è più giustificabile, anche se l'applicazione va fatta con flessibilità e prudenza, tenendo conto delle esigenze tecniche locali. Il mancato completamento del piano dell'annata venatoria precedente, se accompagnato da successi differenziati secondo il sesso e la classe, deve per esempio portare a modificare le suddivisioni tradizionali, per compensare le distorsioni del prelievo e prevenire le possibili conseguenze nella struttura demografica. Nel caso del cervo più che in ogni altra specie di ungulato è rilevante non solo la corretta ripartizione in classi, ma anche un'attenta scelta qualitativa.  
Il regolamento regionale, se si eccettua una quota per cacciatori ospiti, lega l'accesso al prelievo selettivo all'impegno gestionale attraverso una graduatoria. Il sistema di punteggi positivi e negativi alla base della graduatoria deve sostanzialmente premiare la partecipazione alle attività di gestione (censimenti, interventi di prevenzione dei danni, costruzione di altane, ecc) e la correttezza nel prelievo, e d'altra parte tener conto degli eventuali errori di abbattimento e scoraggiare comportamenti scorretti. Una graduatoria dovrebbe inoltre contribuire a correggere alcune delle possibili distorsioni del prelievo selettivo (ricerca sistematica degli esemplari campione, tendenza a privilegiare l'abbattimento dei maschi ecc) e di converso a valorizzare gli abbattimenti di capi di scarto.  
In genere ogni ATC possiede il proprio regolamento interno relativo ai prelievi e la propria graduatoria. In futuro sarebbe raccomandabile arrivare ad una maggiore uniformità, se non addirittura ad un unico schema valido per tutto il territorio regionale. Una volta assegnati i capi secondo la graduatoria va organizzato logisticamente il prelievo, determinando chiaramente i punti fissi di abbattimento, gli eventuali percorsi di cerca ed eventualmente regolamentando gli accessi dei selecacciatori all'area di caccia. Una scelta del genere si può rendere necessaria nel caso si possano verificare eccessive concentrazioni in pochi punti. L'area può essere suddivisa in distinte sub-unità di abbattimento.  
L'obiettivo del completamento del piano va perseguito con la massima determinazione e con tutti i mezzi possibili (incentivazione dei prelievi di femmine e piccoli, penalizzazione di chi non garantisce un certo impegno, nuova assegnazione dei capi non prelevati entro breve tempo, ecc).  
Oltre al contrassegno inamovibile, va sempre prevista una apposita scheda di abbattimento, da compilare a prelievo concluso, per raccogliere informazioni utili alla gestione del distretto (località, numero di ore impiegate, ecc). Un esame critico complessivo delle informazioni raccolte tramite le schede di abbattimento permette per esempio di valutare le difficoltà di prelievo per classe d'età e sesso.
 
Monitoraggio dei capi abbattuti 
All'abbattimento deve sempre seguire una serie di verifiche e rilevamenti sul capo prelevato. Si tratta fondamentalmente di compilare con cura la scheda biometrica.  
La raccolta dei dati biometrici è di estrema importanza, con ricadute sulla gestione per nulla trascurabili. Essa permette di tipizzare la popolazione sottoposta a prelievo, descrivendo le tendenze medie e la variabilità individuale; consente di valutare il rendimento complessivo della popolazione anno dopo anno, e di comparare la popolazione con altre. La conoscenza dei pesi medi o di altre variabili come la lunghezza del garretto, permette di stimare lo stato di salute di una popolazione, di valutare l'eventuale superamento della densità biotica o l'approssimarsi di una condizione di saturazione della capacità portante.  
E' perciò necessario dare la giusta rilevanza alla raccolta dei dati biometrici, curando sia la fase del rilevamento sul campo sia la fase della memorizzazione e del trattamento statistico, fornendo annualmente riepiloghi per specie e classe d'età.  
Vanno innanzitutto individuate le variabili più importanti da misurare nelle operazioni di routine e vanno standardizzate le procedure di rilevamento (cfr Langvatn 1977, Mattioli e De Marinis 2009).   
Nei prossimi anni dovrà acquistare sempre maggior importanza la raccolta sistematica delle mandibole. Tale raccolta ha lo scopo di esaminare lo stato della dentatura e valutare l'età dei capi abbattuti. La stima, anche approssimativa, dell'età non serve semplicemente a soddisfare una curiosità, ma permette di valutare la struttura d'età della porzione prelevata della popolazione. Inoltre, l'età stimata unita ai dati biometrici di ciascun capo abbattuto consente di ricostruire l'accrescimento corporeo medio della popolazione. Ciascun distretto dovrebbe avere presso la casa di caccia o il punto di controllo una collezione di riferimento di emimandibole con età stimata correttamente da utilizzare per uniformare e sveltire la valutazione dell'età.  
Ai monitoraggi di routine, è bene che su aree campione periodicamente si aggiungano rilievi più fini, sotto forma di vere e proprie indagini scientifiche.   
Particolarmente importanti sono gli studi sul rendimento riproduttivo, dalla semplice analisi dello stato dei capezzoli (cfr Dzieciolowski et al. 1995) al prelievo dei tratti riproduttivi con esame dei corpi lutei o conteggio degli embrioni/feti. Gli studi sulla fertilità non solo permettono di valutare la condizione delle popolazioni in esame, ma anche di costruire modelli demografici predittivi (Mayle 1996).  
Quanto alle analisi di tipo sanitario in Emilia-Romagna, dal 2006 è in atto un sistematico monitoraggio della fauna selvatica allo scopo di controllare lo stato di salute delle popolazioni selvatiche ma anche  per effettuare una valutazione del rischio per gli animali da reddito e per l’uomo con riguardo particolare alla specie cinghiale.  
Esiste inoltre l'esigenza di indagini di tipo genetico, sia per caratterizzare alcune popolazioni di particolare valore faunistico, sia per verificare la variabilità genetica di diversi nuclei.  
La raccolta dei crani e delle mandibole permette indagini biometriche fini che consentono di operare confronti estremamente accurati tra popolazioni. Alcune misurazioni, come la lunghezza della mandibola, dovrebbe divenire di routine, data la facilità di rilevamento e il vasto uso che se ne fa in Europa come indice di "condizione": le dimensioni della mandibola sono infatti correlate alla qualità dell'ambiente e alla densità di popolazione (Buchli 1979, Blant 1987, Mattioli e De Marinis 2009).   
Nel caso dei maschi, il monitoraggio dei capi abbattuti si completa con la misurazione e la valutazione dei trofei. Pur depurata dai suoi eccessi, la trofeistica classica può avere un suo spazio nella gestione degli ungulati. La mostra dei trofei, corredata di dati biometrici e punteggi CIC a fine stagione venatoria dovrebbe essere una consuetudine. La trofeistica, se intesa in senso biologico e moderno, può essere un mezzo di promozione culturale all'interno del mondo venatorio. L'importante è riuscire a darne una visione critica, sottolineando sia i pregi sia i limiti di questa pratica tradizionale e promuovendo una visione più moderna, in cui vi sia spazio e interesse sia per i trofei di pregio sia per quelli di scarto.  
La mostra dei trofei dovrebbe essere l'occasione per presentare e giudicare sia attraverso il materiale esposto sia attraverso i dati aggiuntivi (riepiloghi degli abbattimenti, schede di valutazione ecc) i risultati dell'annata venatoria. Ai valutatori di trofei, selezionati attraverso appositi corsi ed esami, non dovrebbe essere richiesta soltanto una valutazione dei trofei di qualità più elevata, ma anche e soprattutto un impegnativo ma importante lavoro di rilevamento biometrico su tutti i palchi presenti o su campioni rappresentativi. Per chi gestisce un distretto di caccia per ungulati, infatti è molto più utile avere una visione del rendimento medio delle popolazioni, piuttosto che conoscere le prestazioni estreme di alcuni esemplari "campioni". E' quindi necessario compilare per ogni individuo maschio abbattuto un'apposita scheda di rilevamento in cui vengano riportate le variabili da misurare (perlomeno quelle previste dalle formule CIC; Varicak 2009).  
I preziosi dati raccolti nei monitoraggi di routine dovrebbero essere presentati in forma riepilogativa in occasione delle mostre dei trofei e inviati all'Amministrazione Provinciale competente per territorio; la stessa Amministrazione dovrebbe curare la raccolta e la valorizzazione dei dati consuntivi provenienti dai diversi istituti interessati.
 
Reintroduzioni, ripopolamenti e introduzioni 
Se una certa dose di improvvisazione in tema di immissioni era comprensibile negli anni pionieristici '50-'60, e diventava sempre meno giustificabile negli anni '70-'80, oggi non è più tollerabile.  
Gli aspetti teorici e tecnici sono ben noti (Boitani 1976, IUCN 1987 e 1995, Spagnesi et al 1996), mentre le ricadute concrete nella gestione ordinaria sono in genere ancora poco soddisfacenti.  
E' necessario dare una svolta chiara, evitando che si ripetano gli errori e le disinvolture del passato. In concreto vanno applicate a livello regionale le linee guida sulle immissioni faunistiche contenute nel documento redatto in occasione del III Convegno Nazionale dei Biologi della Selvaggina. Qualsiasi piano non segua in tutte le sue articolazioni lo schema codificato, va respinto.  
Lasciando da parte le introduzioni e i ripopolamenti, che quasi sempre ed in particolare per gli Ungulati sono pratiche contrarie ad una gestione faunistica corretta, meritano un approfondimento le reintroduzioni (intese come reimmissioni di entità faunistiche presenti in epoca storica ma poi estinte). Si tratta di interventi che vanno attentamente pianificati, seguendo un preciso protocollo comprendente un dettagliato studio di fattibilità, un programma esecutivo e la realizzazione progettuale. Va fatta attenzione alla scelta dei fondatori sia per il numero sia per l'origine: troppe volte sono stati utilizzati in passato esemplari da cattività di provenienza oscura, troppe volte è stato rilasciato un numero insufficiente di animali. Le esigenze ecologiche dell'entità faunistica oggetto di reintroduzione e le caratteristiche ambientali dell'area prescelta vanno analizzate in dettaglio. Deve sempre essere previsto un monitoraggio a medio-lungo termine degli individui immessi e della dinamica della popolazione neocostituita. Deve essere ben chiaro che la reintroduzione non si esaurisce nella liberazione di alcuni esemplari; in un passato anche recente le reintroduzioni sono state utilizzate come operazioni d’immagine a scopo promozionale, spesso distaccate dal contesto gestionale, finendo per perdere spessore tecnico e determinando rischi concreti di fallimento.
 
Prevenzione e minimizzazione dei danni 
Il ritorno degli Ungulati in Emilia-Romagna ha comportato chiaramente anche un rischio potenziale di impatto sulle colture. Lo sviluppo disordinato del cinghiale, alimentato da continui ripopolamenti clandestini, ha portato alla ribalta il problema dei danni alle coltivazioni, con crescenti richieste di indennizzo e proteste. Data la mancanza di tradizioni locali relative alla gestione della fauna, le prime reazioni alla comparsa dei danni sono state talvolta scomposte e radicali, con esplicite richieste di eradicazione degli Ungulati, visti più come forme estranee e nocive che come risorsa da gestire con oculatezza. Il problema dei danni può essere affrontato con serenità, come si fa quotidianamente nel resto d'Europa, impegnandosi fortemente nella prevenzione.  
Per quanto riguarda la prevenzione attraverso repellenti, difese individuali e recinti, si tratta di investire e sperimentare, acquisire esperienza e valutare le soluzioni più idonee. Accanto agli interventi di routine, dovrebbe essere prevista una vera e propria linea di ricerca, data la necessità di verificare in condizioni controllate la validità dei diversi metodi.  
Quanto ai miglioramenti ambientali (ricostruzione di siepi, apertura di radure, piantumazione di arbusti da bacca e varietà rustiche di alberi da frutto, coltivazione di campetti a perdere, selvicoltura naturalistica) si tratta di passare dalle buone intenzioni alla realizzazione non occasionale. Gli aspetti teorici, le basi tecniche, sono ben noti (cfr Genghini 1994), le fonti di finanziamento non mancano: è necessario tradurre nella pratica su vasta scala una serie di misure gestionali da tempo auspicate.
 
Selvicoltura naturalistica 
Se è vero che le montagne e le colline dell'Emilia-Romagna, grazie al clima relativamente mite e alla buona diversità ambientale, offrono condizioni favorevoli allo sviluppo numerico e qualitativo degli Ungulati, è altrettanto vero che i boschi attuali rispondono solo molto parzialmente alle esigenze ecologiche di questi Mammiferi.  
Un bosco dovrebbe garantire tutto l'anno sia una sufficiente quantità e varietà di risorse trofiche sia riparo dal disturbo e dalle intemperie. Per il cinghiale il cibo si localizza soprattutto nella lettiera e nello strato superficiale del suolo, mentre per i Ruminanti forestali si concentra prevalentemente nello strato erbaceo, in quello arbustivo e nella porzione bassa delle chiome degli alberi, fino ad una altezza massima di 1,7 m (per il cervo). Dal punto di vista alimentare il cinghiale necessita soprattutto di foreste mature, mentre i Ruminanti legati al bosco ricercano principalmente compagini boschive ricche di sottobosco, boschi giovani oppure boschi maturi ma dotati di volta aperta (indispensabile appunto per garantire un buono sviluppo degli strati erbaceo e arbustivo) oppure boschi ricchi di radure. La funzione protettrice viene assolta soprattutto da tratti boscati fitti e impenetrabili. Considerati in questa ottica attenta alle esigenze degli Ungulati, i nostri boschi, plasmati da una selvicoltura tradizionale di tipo produttivistico, in molti casi si rivelano poco ospitali; solo introducendo anche nel nostro territorio i principi della cosiddetta selvicoltura naturalistica è possibile offrire ambienti forestali adatti a questi animali. In realtà non si tratta semplicemente di far prevalere anche qui un approccio più rispettoso della natura, ma di fare scelte gestionali sagge, in grado per esempio di diminuire sensibilmente il problema dei danni alle colture agroforestali. E' noto ormai che i danni apportati alle colture forestali non sono proporzionali alla densità degli Ungulati, ma al tipo di pratiche selvicolturali in atto (Reimoser e Gossow 1996). Inoltre un bosco capace di fornire cibo e protezione permette di trattenere in zona gli animali, annullando i rischi di pressione di pascolo sul fondovalle e sulle colture agrarie circostanti. Il tempo è maturo perchè si passi anche da noi dalle buone intenzioni ai fatti, magari iniziando da alcune aree sperimentali, per esempio all'interno di parchi regionali. Qui si dovrebbero improntare le scelte selvicolturali in modo che col tempo favoriscano la formazione di boschi dotati di buona eterogeneità specifica e strutturale, boschi disetanei in cui siano rappresentati tutti gli stadi di sviluppo. Nel medio periodo la piantumazione di arbusti da bacca e alberi da frutto contribuirebbe ad aumentare le disponibilità alimentari. Nelle piantagioni artificiali di conifere va promosso lo sviluppo delle specie arboree e arbustive autoctone: le conifere hanno infatti per i Ruminanti uno scarsissimo valore nutritivo e gli aghi contengono vere e proprie tossine. Estremamente importante per gli ungulati è l'apertura di nuove radure piccole e ampie all'interno del bosco e il recupero di vecchi prati abbandonati (attraverso sfalci o erpicature e risemine). La presenza di aree aperte in bosco ha sostanziali ricadute positive sulla pressione di pascolo nelle zone limitrofe.  
Per una trattazione delle pratiche selvicolturali più adatte agli ungulati si vedano soprattutto Reimoser (1992) e Bobek et al. (1993); per suggerimenti concreti applicabili alle diverse tipologie ambientali dell'Appennino si consulti Mazzarone e Mattioli (1996); per gli interventi gestionali nelle aree aperte si veda Ueckermann e Scholz (1981).
 
Stato qualitativo degli Ungulati in Emilia-Romagna
Con l'inizio dei censimenti, dei prelievi selettivi e di progetti di ricerca, si è cominciato già negli anni ’90 a far luce sulla qualità di alcune popolazioni di Ungulati in Emilia-Romagna. Talvolta sono state raccolte informazioni importanti su aspetti di ecologia, talvolta è stato possibile collezionare dati morfometrici preliminari.  
Vengono qui presentate alcune tabelle che illustrano le dimensioni corporee degli animali campionati in territorio regionale nei primi anni di prelievo, mettendole a confronto con dati bibliografici relativi ad altre popolazioni europee.  
Come si può chiaramente vedere dai valori medi, la qualità degli Ungulati presenti nelle fasce montana e collinare della regione e soggetti al prelievo, è piuttosto elevata. I caprioli adulti, ad esempio, risultano in media dal 10 al 30% più pesanti degli esemplari tedeschi (Tab. 21-I). I caprioli adulti maschi del Forlivese hanno in media stanghe lunghe 5,8 cm in più rispetto ai caprioli tedeschi dell'Hakel (Tab. 22-I) (Perco 1983, Stubbe 1990, Mattioli e De Marinis 2009, Mattioli e Spada 2009).  
 
Tab. 21-I - Pesi corporei medi (in kg) nel capriolo: confronto tra aree d'Europa.
 
 
Tab. 22-I - Biometria dei palchi di tre popolazioni di capriolo; confronto tra valori medi. Tra parentesi l'ampiezza dei campioni.
 
I daini adulti dell'Appennino bolognese hanno pesi corporei medi superiori del 20% rispetto agli animali centroeuropei (Tab. 23-I).
 
Tab. 23-I - Confronto tra i pesi corporei medi (in kg) del daino in alcune zone d'Europa. (tra parentesi l'ampiezza dei campioni).
 
I cervi dell'Acquerino e del Casentino, come si può evidenziare dalle caratteristiche morfometriche del palco, risultano di qualità eccellente (cfr Mazzarone e Mattioli 1996, Mazzarone 1986). Se, per esempio, compariamo le stanghe dei cervi adulti bolognesi con quelle degli esemplari tedeschi dell'Harz, queste ultime sono in media 10,7 cm più corte e 860 gr più leggere. Sia il clima relativamente mite del nostro Appennino, con innevamenti modesti e poco prolungati e di conseguenza con estesi periodi di crescita vegetativa, sia la buona diversificazione ambientale, contribuiscono all'ottimo rendimento qualitativo dei nostri Ungulati. Le caratteristiche biometriche dei cervi e dei daini della Riserva Naturale Gran Bosco della Mesola (Ferrara), evidenziano invece l'influenza fortemente negativa dell'alta densità sulle condizioni fisiche degli animali, già sottoposti a situazioni ambientali scadenti (cfr Perco 1984, Mattioli 1993, 1996, 2003).
 
Modelli semplificati di idoneità ambientale
CINGHIALE 
montagna e alta collina  
elevata vocazionalità: aree appenniniche ad alta boscosità con ampi complessi forestali ininterrotti, dotati di tratti a fustaia matura e a ceduo invecchiato di faggio, castagno e querce. 
media vocazionalità: aree appenniniche con boschi cedui di medie e medio-piccole dimensioni 
bassa vocazionalità: aree montane e alto-collinari con boschetti, macchie e arbusteti distribuiti a mosaico. 
La presenza o stretta prossimità di colture cerealicole declassa il valore  
 
CAPRIOLO 
montagna e collina 
elevata vocazionalità: ambienti ben diversificati, con compresenza di corpi boscati piccoli e medio-piccoli alternati a seminativi, pascoli, incolti erbacei, cespuglieti, tutti distribuiti a mosaico 
boschi anche ampi, ma con presenza di cedui giovani e di tratti a fustaia dotati di ricco sottobosco, con radure e in vicinanza di prati e campetti. 
media vocazionalità: corpi boscati > 50 ha con cedui invecchiati e fustaie chiuse 
terreni agricoli circostanti con superfici > 10 ha 
bassa vocazionalità: scarsità di copertura boscata e arbustiva; presenza di terrreni agricoli > 50 ha; presenza di frutteti e altre colture specializzate sensibili  
 
CERVO 
montagna  
areale complessivo 
elevata vocazionalità: complessi boscati ampi e compatti, con buona diversificazione ambientale e strutturale (compresenza di fustaie, cedui, arbusteti, radure, ex-coltivi, estesi pascoli); comprensori vasti e tranquilli 
media vocazionalità: complessi boscati piuttosto compatti ma poco diversificati 
bassa vocazionalità: aree montane con coefficienti di boscosità medi (35-50%), boschi frammentati, impianti di conifere, presenza di coltivazioni agrarie 
quartieri riproduttivi 
elevata vocazionalità: complessi boscati ampi, con radure, tagliate, felceti e campetti interni, prevalentemente al di sopra dei 750-800 m, con massime concentrazioni di maschi riproduttori tra i 1000 e i 1400 m.
 
Nuovi modelli di vocazioni e carte d’idoneità
In questo aggiornamento della Carta delle vocazioni faunistiche sono stati rielaborati i modelli di vocazione secondo modalità più fini che in passato e sono state creati tre tipi di carte: una delle potenzialità teorica, una della vocazione biotica e una della vocazione agro-forestale. La prima carta, ottenuta direttamente da modelli statistici, si puo’ considerare come uno strumento di lavoro, un primo passaggio che permette, inglobando dati derivanti dalla biologia della specie in funzione dell’impatto potenziale sull’ambiente, di creare una carta della vocazione biotica di tipo operativo, più restrittiva rispetto alle mere potenzialità teoriche, e quindi più utilizzabile in campo gestionale.  
Introducendo poi elementi legati al rischio di danno alle colture più esposte, dalla carta di vocazione biotica si puo’ passare al vero strumento di pianificazione, la carta della vocazione agro-forestale, che permette di individuare l’idoneità reale del territorio compatibile con le attività antropiche e quindi di programmare fasce a densità obiettivo coerenti con la vocazionalità e il rischio di danno agricolo. 
Come si può vedere dall’esame delle carte di vocazione, la pianura viene sempre classificata inidonea, se si escludono pochi complessi forestali costieri. La presenza di popolazioni stabili nella fascia planiziale è infatti incompatibile con l’urbanizzazione, la rete viaria e la banalizzazione del paesaggio rurale con scarsità di copertura vegetale. La bassa collina è per sua natura poco adatta alla presenza stabile degli ungulati, perché più esposta a rischi di danni alle colture specializzate,  l’urbanizzazione e la prossimità con la pianura. La collina medio-bassa ha un’idoneità reale inferiore ai modelli teorici per il rischio di danno a colture di pregio. Le versioni così impostate delle carte  garantiscono una minore conflittualità tra ungulati e attività antropiche e permettono di programmare carichi minori sul territorio regionale caratterizzato da minore grado di naturalità.
 
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    RINGRAZIAMENTI
    Si ringraziano tutti i funzionari e i colleghi tecnici faunistici che hanno contribuito all’aggiornamento sullo status degli Ungulati. In particolare si vuole ricordare la grande disponibilità di L. Cicognani, R. Fontana, C. Matteucci e E. Merli.
     
     
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