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LINEE DI GESTIONE
Il cervo rappresenta una specie autoctona di grande valenza ecologica e di indubbia attrattiva sia dal punto di vista estetico-naturalistico sia venatorio. Un confronto tra areale attuale e aree vocate permette di constatare un notevole divario tra la situazione reale e le potenzialità del territorio regionale. In un futuro a medio termine uno degli obiettivi gestionali più qualificanti potrebbe essere favorire lo sviluppo del cervo nell’area appenninica. Si tratta comunque di un obiettivo molto delicato, da perseguire con prudenza e gradualità. La grossa taglia, l'ampio spettro alimentare, i vasti spazi vitali, la mobilità stagionale, rendono possibile un sensibile impatto sulle colture, intollerabile nelle aree collinari a prevalente interesse agricolo. In ambito appenninico è quindi necessario contenere il cervo all'interno delle aree a maggior grado di naturalità.
In prima approssimazione si può fissare come densità soglia di riferimento (d. agro-forestale calcolata su ampie superfici in primavera) 3-5 capi per kmq per le aree a elevata vocazionalità, 1-3 capi per kmq per le aree a media vocazionalità e fino a 1 capo per kmq per le aree a bassa vocazionalità. Ovviamente, in caso di compresenza significativa di altri ungulati e di conflitti reali con le attività agricole, si consiglia di programmare le densità sui valori minimi proposti.
I due nuclei principali di cervo, dell'Acquerino e del Casentino, insistono su areali a cavallo tra Emilia-Romagna e Toscana; una parte considerevole degli animali possiede alcuni quartieri stagionali su un versante e altri sull'altro versante. Si tratta quindi di un patrimonio prezioso condiviso tra due regioni e diverse province, una risorsa comune da gestire in maniera coordinata e con oculatezza. Questo ha imposto fin dall’avvio della gestione unicità di intenti e uniformità di approccio, nello specifico protocolli d’intesa e organismi comuni con la creazione nel 1999 del primo comprensorio interregionale ACATE. Un modello che negli anni è stato pienamente collaudato e riproposto recentemente in aree vicine. La gestione su grandi comparti è stata suggerita anche in altre realtà europee proprio a seguito di indagini sulla mobilità del cervo (Jarnemo 2008).
L’analisi dell’idoneità ambientale identifica una fascia montana con ampi complessi boscati e aree aperte particolarmente vocata alla specie cervo. Per la sua mobilità e per l’impatto potenziale sulle colture, la sua presenza è poco compatibile con le zone collinari, specialmente se con colture di pregio o diffusamente urbanizzate. Nuclei appenninici in aree vocate vanno semplicemente mantenuti attraverso il prelievo selettivo su livelli di densità compatibili col territorio, mentre per nuclei che insistono su aree non vocate collinari o frange di popolazioni che tendono ad espandersi dalla fascia montana a quella collinare sarebbe opportuno prevedere una gestione non conservativa. Sulla base dell’esperienza costruita nell’ultimo decennio nel comprensorio ACATE centrale, si tratterebbe innanzitutto di prevedere distretti di grandi dimensioni e di coordinare tutte le operazioni gestionali principali a livello di comprensorio. Per la rimozione in area collinare è sufficiente creare uno o più distretti finalizzati all’eradicazione, con piani di prelievo pari agli esemplari osservati.
E’ urgente introdurre misure di miglioramento ambientale a favore del cervo, volte soprattutto ad aumentare la ricettività dei complessi boscati alto-appenninici. Gli interventi più necessari riguardano il ripristino di aree aperte (creazione di nuove radure, recupero dei campi abbandonati (erpicatura dei felceti e dei ginestrai, risemine, sfalci, ecc).
Nel caso si intenda applicare una gestione di tipo venatorio, il contingente minimo compatibile con il prelievo selettivo è fissabile in ambito appenninico intorno ai 1.200-1.500 capi complessivi, con densità medie di almeno 1,8-2 capi per kmq. In ambito collinare il prelievo è fattibile a partire da consistenze minori, vista l’urgenza di misure in grado di minimizzare l’impatto con colture di pregio.
Per valutare la consistenza del cervo la tecnica più consigliabile in ambiente montano ad elevato coefficiente di boscosità resta il censimento al bramito (conteggio autunnale dei maschi bramitanti e sessioni mensili di avvistamento). Per una descrizione si veda il capitolo sui censimenti.
Un modello di riferimento per il piano di prelievo potrebbe essere il seguente, semplificato da Raesfeld e Reulecke (1988):
50% maschi, 50% femmine
Maschi: 40% piccoli, 15% giovani, 25% subadulti, 20% adulti
Femmine: 40% piccoli, 15% sottili, 45% adulte
Per schemi base alternativi si consultino tra gli altri Tosi e Toso (1992) e Ueckermann (1987).
Nel caso del cervo, si richiede poi una attenta scelta qualitativa all'interno delle classi assegnate, con particolare scrupolo nel caso dei maschi adulti.
Il piano di prelievo deve essere unico per l'intera popolazione, anche se articolato secondo le diverse province e attuato a livello di unità gestionali composte da uno o più distretti. Le aree di abbattimento vanno individuate partendo dagli ambiti con maggiori rischi di danno alle colture agrarie.
La grossa taglia degli animali e la notevole qualità dei trofei, rendendo particolarmente elevato il valore economico dei capi da abbattere, dovrebbero far immaginare meccanismi di assegnazione più elaborati rispetto a quelli validi per capriolo e daino. Inoltre, dati i costi non indifferenti della gestione, è consigliabile prevedere sempre una quota da pagare.
Il prelievo deve essere seguito da un monitoraggio fine dei capi abbattuti con rilevamenti e verifiche da parte di tecnici qualificati: vanno registrati per ogni esemplare perlomeno il peso eviscerato, la lunghezza testa-tronco, la lunghezza del garretto, l'altezza al garrese, la lunghezza della mandibola; nel caso delle femmine andrebbero prelevati i tratti riproduttivi.
Come si evince dalle carte di vocazionalità predisposte, esistono non poche aree appenniniche idonee alla specie. Nell'individuazione di eventuali altre zone di reintroduzione, è importante si consideri esclusivamente la fascia ad elevata vocazione, con priorità per i comprensori dotati di ampi quartieri riproduttivi potenziali (complessi forestali alto-appenninici) e con presenza di istituti di protezione sufficientemente estesi. Il potenziale impatto con le colture deve comunque suggerire grande cautela nel valutare ogni ipotesi di reintroduzione.
Dato il forte potere evocativo del cervo, ma anche l'impatto potenziale con le attività economiche, è importante monitorare con grande attenzione questa specie, inserendo nella gestione ordinaria fasi di ricerca scientifica, capaci di dare risposte di tipo operativo. Vanno tenuti sotto controllo i principali parametri demografici, anche attraverso indagini sulla fertilità (proporzione di sottili e di adulte gravide). Vanno conosciuti in dettaglio i movimenti stagionali, le direttrici di dispersione e l'uso dell'habitat, attraverso studi di telemetria (radio-tracking).
Un punto delicato riguarda il pericolo potenziale di fughe accidentali o addirittura di liberazioni clandestine da recinti d'allevamento, eventi già verificatisi all'interno dell'areale attuale del cervo (Modenese, Bolognese, Casentino); il rischio di "contaminazione" genetica è estremamente concreto, vista l'origine mista dei contingenti allevati (ceppi scozzesi, centroeuropei, persino possibile introgressione col cervo sika) (cfr Geist 1992). E' chiaro che va posta grande attenzione per prevenire simili episodi.
Considerato il valore zoogeografico e biologico, la conoscenza del nucleo di cervi della Mesola merita un approfondimento specifico. Una volta interrotta la fase di declino a partire dal 1995-96 il nucleo è gradualmente cresciuto fino a raggiungere i livelli più alti degli ultimi settant’anni.. Va proseguito il programma di drastica riduzione del daino fino alla sua rimozione e va ulteriormente migliorata l'offerta trofica della Riserva Naturale (Mattioli 1996, 2003 ; Lovari e Nobili 2010). L'offerta di pascolo va aumentata sia ricorrendo al foraggiamento invernale di qualità sia attuando misure più sostanziali (sfalci periodici di aree a prato, risemine, interventi di selvicoltura naturalistica). Va continuato il monitoraggio demografico, biometrico e genetico mediante censimenti, catture, marcature, pesature, tenendo sotto attento controllo il rendimento riproduttivo. Avendo raggiunto il nucleo della Mesola la capacità portante della Riserva, diventa necessario avviare un programma di conservazione che preveda anche la fondazione coordinata di altre popolazioni e l’interscambio di riproduttori per massimizzare la diversità genetica residua; misure delicate, impegnative ma urgenti per garantire un futuro al cervo italico (Zachos et al. 2009, Lovari e Nobili 2010).
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